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Lavoro e carcere: “troppi pochi detenuti che lavorano”

Nei momenti di crisi il terzo settore, quello dell'inserimento, della riabilitazione, dell'inclusione soffre di più. Se ne sta parlando in questi giorni all'Ateneo Veneto di Venezia dove i vertici del mondo carcerario italiano stanno denunciando grandi difficoltà nell'avviare al lavoro i detenuti

Soltanto il 34% dei carcerati è operativo nel lavoro in questo momento in Italia, una percentuale troppo bassa se si pensa che è in vigore la legge Smuraglia dal 2000 che prevede sgravi fiscali per le imprese che accolgono detenuti nei loro cicli produttivi. Se ne è parlato all’Ateneo Veneto a Venezia durante un convegno dedicato al tema carcere e lavoro.

La dichiarazione di Carlo Renoldi, Capo Dipartimento Amministrazione Penitenziaria

“Dobbiamo fare un grande sforzo, un grande sforzo che deve mettere in campo tutti gli attori dei processi economici, sociali e amministrativi che sono finalizzati e che possono consentire un maggiore impiego nel lavoro delle persone detenute. Questo sforzo deve coinvolgere intanto le imprese, le quali spesso non conoscono le straordinarie opportunità che la legge Smuraglia consegna loro.

I motivi della resistenza delle imprese

La resistenza tra gli imprenditori si registra anche nel Triveneto, territorio che pullula di aziende che però hanno a che fare con un’offerta di lavoro complessa, essendo il 60% dei detenuti di origine straniera con difficoltà linguistiche spesso.

Le parole di Maria Milano Franco d’Aragona, Provveditrice regionale del Triveneto

“Io credo che la resistenza provenga dal fatto che la realtà penitenziaria è una realtà non conosciuta. Purtroppo se ne parla sempre soltanto quando ci sono eventi tristi, si parla solo delle disfunzioni, non si parla invece dei punti di forza. Forse questo è il motivo per cui ci sono resistenze. E’ anche vero che molta della popolazione detenuta è popolazione che non conosce il valore del lavoro, non ha mai lavorato. Nelle nostre carceri del nord, parlo del Triveneto che è la situazione che ho più a conoscenza, c’è una percentuale altissima di stranieri, sono almeno il 60%.

Devo dire che questo ovviamente comporta delle difficoltà per il personale di polizia penitenziaria e per noi. Grazie però all’introduzione di mediatori culturali, del volontariato, di molto personale educativo e anche di psicologi si riesce in qualche modo a capire quelle che sono differenze soprattutto a fare il nostro lavoro di rieducazione.

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