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CGIA di Mestre: “in Veneto salario minimo a 9 euro? Già esiste”

Il governo Draghi intanto prosegue sul fronte delle riforme ottenendo un si dal Consiglio dei Ministri alla riforma del catasto anche se, ha ribadito, che le tasse non aumenteranno, ma ora si profila un altro scoglio. Giovanni Letta ha definito il salario minimo uno degli obiettivi della politica economica.

Oggi ricorre l’appuntamento quindicinale con la CGIA di Mestre e con noi c’è Daniele Nicolai. Oggi cercheremo di fare il punto della situazione circa la tematica dello stipendio minimo, dal quale dipende la qualità della vita di molte famiglie, tante delle quali attraversano un momento difficile.

L’argomento di oggi, quindi, è lo stipendio minimo.

“C’è un problema di retribuzioni minime: in Italia sono basse, dunque condizionano anche il volume dei consumi. Tuttavia, il dibattito delle ultime settimane è stato proprio quello dell’introduzione di un salario minimo. Si è parlato di 9€/ora, per un salario che possiamo definire di base. In realtà questo tipo di cifra esiste già: guardando ai principali contratti collettivi nazionali, quindi siglati da CISL, UIL, Confartigianato, ecc., ritroviamo condizioni simili sebbene la cifra sia un po’ superiore ai 9€. Va ricordato che in Italia, nell’ambito della retribuzione lorda, c’è anche una retribuzione differita: il TFR. Se includiamo in questi salari orari anche l’ammontare del TFR, siamo abbondantemente sopra quella cifra.

C’è anche un’altra questione che riguarda questo tipo di salario: c’è però una parte che non aderisce a questi ‘contratti guida’, che rappresentano un tipo di contratto sindacale equo. Si tratta di circa il 40% dei contratti, che chiamiamo ‘contratti fantasma’. Sono contratti redatti e siglati da poche teste, non rappresentativi di categorie, ma permessi dalla libertà sindacale. È su questi che bisognerebbe puntare il dito e costruire una legislazione più ferrea che garantisca almeno un minimo di rappresentanza a livello nazionale” ha detto Daniele Nicolai della CGIA di Mestre.

In questi casi stiamo parlando di cifre che si aggirano intorno ai 5€ all’ora.

“Talvolta sono anche cifre inferiori. È una circostanza che riguarda solo una parte dei ‘contratti fantasma’, tipica di determinati settori economici e che spesso si verifica nel Mezzogiorno. Ciononostante sono delle realtà: alcuni imprenditori approfittano di un contratto di lavoro che, se pur a norma di legge, presentano delle retribuzioni estremamente basse. Quindi non c’è da puntare il dito sulle rappresentanze sindacali forti, che con contratti da 9€/ora e il versamento del TFR superano abbondantemente la soglia critica.”

Questi contratti c’entrano in qualche modo con la polemica del reddito di cittadinanza? Molti rifiutano di lavorare perché conviene il reddito di cittadinanza.

“Potrebbe trattarsi in parte di una colpa, se si guarda alle realtà critiche a cui mi riferiva poco fa. Il reddito di cittadinanza ha cifre enormi, nel senso che al momento coinvolge circa 3,5 milioni di richiedenti. La polemica deriva dal fatto che si pensi ad esso come ad uno strumento capace di generare occupazione.

Il reddito di cittadinanza non è questo, deve invece essere capace di aiutare quelle persone che si trovano in difficoltà socio-economica. Dei 3,5 milioni di richiedenti, poco meno di un terzo ha sottoscritto il patto per il lavoro, ossia si è reso disponibile a lavorare. Di questa parte, solo 150.000 persone hanno effettivamente trovato lavoro, a riprova del fatto che non è uno strumento adatto a creare occupazione” ha detto Daniele Nicolai della CGIA di Mestre.

Si è fatto passare il reddito di cittadinanza per un reddito temporaneo, utilizzato in attesa di trovare un impiego. Non si è detto che anche un persona diversamente abile poteva recepire il reddito di cittadinanza, che avrebbe potuto chiedere una pensione di invalidità.

“C’è stata confusione, anche perché è andato spesso a sovrapporsi ad altri strumenti già consentiti dalla legge. Quindi, ha creato troppa aspettativa. Sappiamo che sono in corso una serie di verifiche rispetto ad una larga platea che usufruisce del reddito, ci sono stati casi di inesattezze, poiché alcuni non ne avevano diritto e che ora sono chiamati a restituire la somma.  Il nostro punto di vista è che deve assolutamente delineato come strumento da ristrutturare e legato alla tutela sociale, che vada incontro a chi ne ha veramente bisogno.

Ma per creare occupazione serve altro: ridurre le tasse sul lavoro, sostenere le imprese nel momento di impiego delle persone, che hanno sofferto per la crisi economica e pandemica, che potrebbero rientrare in impresa per riprendere un percorso lavorativo. Soprattutto si tratta anche della difficoltà dell’impresa di reperire personale, non solo qualificato, ma anche quello più generale” ha detto Daniele Nicolai della CGIA di Mestre.

Che ripercussioni ha nel territorio veneto, veneziano e nelle piccole imprese lo stipendio minimo?

“Potrebbe avere una ripercussione molto negativa se venisse applicato. Innanzitutto, è vero che c’è già almeno in parte, se guardiamo i contratti più importanti e riconosciuti, però creerebbe un effetto di trascinamento. Ad esempio, se si va a stabilire per legge un salario minimo, automaticamente ci si deve adeguare ai livelli retributivi superiori. Se uno stipendio minimo è di 9€, il livello successivo è 11€.

Quindi, questo sarà impossibile da sostenere per il mondo delle imprese, perché solitamente sostiene un costo del lavoro molto elevato rispetto agli altri paesi. Questi ragionamenti devono essere valutati attentamente. Semmai si dovrà agire su un’altra questione, ovvero ridurre la pressione fiscale sul lavoro”.

Paradossalmente, avere uno stipendio minimo a 5€ potrebbe favorire le imprese: poi non dovrebbero pagare troppo i dirigenti.

“Dovremo raggiungere un metro comune, se poi si generano degli squilibri non solo settoriali ma anche territoriali. È chiaro che se guardiamo a quella che è la contrattualistica più diffusa, siamo già su quei livelli. Pensando all’artigianato, che viene considerato un settore in cui le retribuzioni sono più basse, lo stipendio minimo di 9€ esiste già. Perciò,è bene lavorare sulla riduzione della pressione fiscale sul lavoro.

È un percorso in parte è già in atto: è partito con il governo Renzi, ma ha avuto un’intensificazione troppo blanda, e non c’è una risposta che permetterebbe al lavoratore di tenere in tasca più risorse e avere maggior capacità di spesa, almeno al pari degli altri paesi europei.

È vero che il nostro paese sta ripartendo, che il PIL si avvicinerà ad una crescita del 6 o 7%, però notiamo che all’interno delle componenti del PIL, i consumi sono ciò che frena la crescita. Va bene l’export, vanno bene gli investimenti, ma meno i consumi, quindi la capacità di spesa delle famiglie” ha detto Daniele Nicolai della CGIA di Mestre.

In sintesi, eliminiamo i contratti fantasma, teniamo il livello salariale minimo attuale e fissiamone un secondo.

“Questo è il concetto. Il percorso di riduzione della pressione fiscale sul lavoro è importante per riportare il costo del lavoro per le imprese italiane, sul nostro territorio, ad un livello equiparabile agli altri paesi europei e a trattenere anche le nostre grandi realtà imprenditoriali sul territorio.”

Grazie a Daniele Nicolai della CGIA di Mestre, come sempre molto esaustivo, e speriamo di essere stati molto chiari. Vi diamo appuntamento tra due settimane.

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