La Voce della Città Metropolitana

CGIA di Mestre: la necessità di un’amministrazione più collaborativa

L'economia è sempre un settore problematico, specie a livello pubblico. Fra i vari problemi affrontati, digitalizzazione e cooperazione.

Partono i cantieri e il recente decreto semplificazioni approvato dal governo Draghi dovrebbe farne arrivare altri, ma secondo la CGIA di Mestre, ci vuole ben altro per oliare i meccanismi della burocrazia nella pubblica amministrazione italiana. Ne parliamo con Daniele Nicolai.

CGIA di Mestre

In questo momento siamo tutti preoccupati per quanto riguarda le semplificazioni che stanno per avere effetti benefici, se vengono davvero realizzate, sulle aziende.

Va anche detto che si parla della riforma, ma dalla riforma all’attuazione ci sono diversi step prima che venga attuata e quindi il nodo rimane sempre la burocrazia, il vero nodo secondo la CGIA di Mestre.

Di questo e di altri importanti punti riguardanti l’economia italiana, ne discutiamo con Daniele Nicolai, della CGIA di Mestre.

Come si sta operando?

“Si sta facendo un lavoro di semplificazione più genarle, che viene da quella che sarà l’applicazione del Recovery Plan. Fin ora il Governo è intervenuto con un provvedimento che definisce la cabina di regia del Recovery e un primo iter di semplificazioni per garantire la realizzazione di opere pubbliche che non siano così lunghi. Se pensiamo, infatti, al termine per l’uso del Recovery, 2026, per i tempi italiani è come parlare di dopodomani.

“C’è anche un dato di fatto – continua – : la percezione della qualità della pubblica amministrazione da parte dei cittadini è molto bassa. Siamo ultimi per qualità percepita. Appena 22 italiani su 100 sostengono che la pubblica amministrazione italiana fornisca i servizi buoni. Ed è un dato in peggioramento”.

Questo dato non è però basato sull’efficacia reale del amministrazione ma sulla percezione?

“Esattamente. Non si parla di performance misurate in modo uguale dai paesi, ma il sentore del cittadino è quello che dà il termometro di come stia funzionando il sistema”.

Forse però c’è anche il fatto che gli italiani sono molto portati a lamentarsi del proprio stato nazionale. “Sicuramente questa tendenza ha influenzato i dati, però si parla di percentuali che negli altri paesi sono più che doppie. Specie se confrontiamo pre e post covid”.

Quando c’ea il lockdown c’era effettivamente una situazione ‘kafkiana’

“Fra smartworking e call center funzionanti solo nominalmente e disagi per chi si recasse allo sportello, si capisce come mai il dato di soddisfazione si sia abbassato”.

“Questi sono elementi che hanno sicuramente condizionato il peggioramento della percezione. Ma ci sono anche altri elementi, forse anche i ritardi con cui lo stato è intervenuto con dare i ristori alle imprese e anche nei ritardi, a inizio 2020, negli incassi della cassa integrazione.”

Quali sono gli aspetti su cui intervenire subito per rendere l’amministrazione più fluida?

“Innanzi tutto ridurre la ‘giungla normativa’. Siamo uno dei paesi in cui si norma di più. Ma spesso si norma in sovrapposizione rispetto ad altri provvedimenti che vanno a determinare confusione.”

Quindi, la necessità sarebbe più che quella di fare leggi, cambiare quelle esistenti.

“Bisognerebbe semplificare ciò che è già presente, anche introducendo strumenti di monitoraggio della nuova posizione normativa. Spesso infatti si prendono provvedimenti, ma non si monitoria il loro effetto sulla società. Se ci accorgessimo subito che una norma crea problemi, un controllo sarebbe importante per comprendere meglio come funzionano le leggi e riadattarle subito al contesto socio-economico. Ma poi c’è la questione della digitalizzazione.”

L’intenzione è di investire parecchio sulla digitalizzazione, vero?

“il punto è importante ma va razionalizzato. La pubblica amministrazione ha nelle sue mani importanti database e quindi è già parzialmente digitalizzata. Il problema è mettere queste informazioni insieme in modo da evitare di duplicare le informazioni. Soprattutto bisognerebbe far dialogare queste banche date. Pensiamo che esistono, solo per il fisco, più di 150 banche per amministrare l’ambito finanziario. Una maggior comunicazione sarebbe utile anche per far rientrare nell’economia i grandi patrimoni evasi. Noi abbiamo all’anno 100 miliardi di evasione, e nonostante questa enorme quantità di dati, si riesce a recuperarne solo una piccolissima parte.”

L’accusa a livello europeo è che non si riescono a fronteggiare le multinazionali

“Vero e anche il meccanismo regolatorio dell’Unione Europea non è ancora pronto per affrontare una sfida tale. Pensiamo solo all’unione fiscale, rimasto un progetto mai affrontato né davvero ipotizzato. Quindi l’unione deve trovare strumenti, non solo regolatori del mercato, ma anche meccanismi fiscali che consentano di controllare queste imprese enormi che operano in tutto il mondo e che cercano sempre più di sfuggire ai controlli e al fisco.”

E l’organizzazione degli uffici?

“E’ come la quesitone delle banche dati: si è molto gelosi dei propri dati come si è reticenti a collaborare tra diversi enti. Sicuramente questo è un punto importante: se la pubblica amministrazione acquisisce la mentalità aziendale in cui lo scambio di conoscenze è fondamentale per seguire e soddisfare il cliente, l’efficienza aumenterebbe.”

“se si riuscisse con risorse interne a migliorare il dialogo fra uffici e banche dati, si darebbe al cliente un servizio migliore. Ed ecco così che cambierebbe la percezione della pubblica amministrazione da parte dei contribuenti. “

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