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Palazzo Mocenigo e la storia della moda a Venezia

Raccontare la moda a Venezia significa indagare una storia di commerci, di rotte lontane, di società, di sfarzi e di leggi per limitarli

Raccontare la moda vuol dire toccare trasversalmente tutti quegli aspetti che incidono nella vita di ogni persona.  E raccontare la moda a Venezia significa indagare una storia di commerci, di rotte lontane, di mare e di navi, di costumi, di società, di sfarzi e di leggi per limitarli. Il museo di Palazzo Mocenigo – Centro Studi di Storia del Tessuto, del Costume e del Profumo è l’unica sede in Italia e in Europa dove il visitatore può catapultarsi nella magnifica atmosfera del Settecento veneziano al primo piano, approfondire alcune tematiche nella biblioteca dell’ammezzato dedicata specificatamente alla moda ed eventualmente avere l’opportunità di vedere 20 mila manufatti conservati nel deposito al terzo piano.

Le parole della direttrice di Palazzo Mocenigo, Chiara Squarcina:

“La moda ha un significato enorme per Venezia, quando la Serenissima riesce ad ottenere il monopolio della seta da Bisanzio comprende fin da subito che la seta è facile da trasportare quasi come i profumi ed è un materiale di grande pregio che tutti desiderano, perché con la seta si confezionano gli abiti e gli abiti ci rappresentano, identificano chi siamo nell’immediatezza, identificano il nostro ruolo. Oggi affidiamo questo compito ai social, ma nel passato l’abbigliamento era determinante e indispensabile”.

La storia e le caratteristiche dei tessuti

Una storia che si sviluppa nei primi anni del 1300, quando gli abili tessitori lucchesi giunsero numerosi in laguna e portano con sé la lavorazione del velluto, di cui erano autentici maestri. “Questo fa sì che Venezia non solo produca i tessuti che vengono richiesti dal mercato ma che produca tessuti che hanno una caratteristica che gli altri non hanno, la durevolezza – continua Squarcina – va ricordato che alla fine del Trecento il corredo di un nobiluomo e una nobildonna si identificava in 4 o 5 abiti, non di più”.

E Venezia tutelava le proprie maestranze, la categoria e la produzione con delle mariegole che fissavano i canoni della qualità del tessuto che, se non corrispondevano, veniva pubblicamente bruciato a Rialto.

L’introduzione del “consumismo” nella moda

“Il Re Sole rivoluziona tutto e inventa per così dire il “consumismo”, con lui infatti il corredo passerà da 4 a 240 abiti – continua Squarcina – è un divario tremendo, vuol dire che non mi interessa più avere un tessuto durevole e Venezia, che rimarrà sempre granitica nelle sue posizioni, sosterrà questo suo commercio verso Cipro e l’Oriente dove i tessuti hanno una loro durevolezza e coerenza. Mentre in Occidente diventa quasi bulemico il rispetto delle mode, degli stili, dei colori, per dare sempre di più un’immagine della sua nobiltà che doveva rappresentare la ricchezza attraverso l’abbigliamento”.

La concezione della moda secondo la Serenissima

E se l’abito rappresentava, soprattutto nel passato, un elemento distintivo di riconoscimento, la Serenissima cercherà di contenere quanto più possibile, attraverso le leggi suntuarie, l’abuso degli sfarzi e gli investimenti economici per l’acquisto dei corredi femminili e maschili sia per riguardo verso i più poveri sia perché si voleva che i nobili investissero su altro invece che sul voluttuario.

La collezione del Museo secondo Squarcina

Al primo piano del Museo di Palazzo Mocenigo si possono osservare le esposizioni, a rotazione, dei manufatti conservati nei depositi.

“È un grande patrimonio quello che conserviamo nei depositi, che sono aperti e visitabili proprio perché non potendo esporre tutto diamo la possibilità a chiunque di visionare gli abiti, di studiare le cuciture, il taglio, le maniche. Tenerli al riparo è un modo per prolungargli la vita, anche se poi ciclicamente li esponiamo seguendo il concetto che il Museo è il luogo dove insegno cosa è stato e dove imparo per il futuro. Il restauro del tessile e la conservazione dei tessuti, peraltro, è un approccio molto recente perché è solo alla fine dell’Ottocento che si capisce che per raccontare una storia c’è bisogno del contesto visivo”.

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