Il tema trito e ritrito del labirinto mutuato dall’immancabile Calvino viene rispolverato x il padiglione italia della 58 biennale d’Arte di Venezia. C’è da dire che l’immenso spazio disponibile 1900 mq al coperto, susciterebbe in chiunque un giustificato horror vacui dunque eccolo riempito di corridoi, anfratti, spiazzi e saliscendi con portoni, tende, specchi specchietti, archi, colonne e perchè no, anche una spiaggia proletaria con Bella Ciao a tutto volume. Un po’ baraccone dei prodigi, c’è addirittura l’uomo pesce dei luna park, un po’ concettual chic con scritte sibilline, dritte e ribaltate, murali o al neon, il Padiglione Italia curato da Milovan Farronato si appella alla forma del dedalo per rappresentare la complessità del mondo, un mondo di mezzo abitato da vivi e morti ovvero da una trinità di artisti. Il primo è Enrico David con le sue sculture deformi, creature aliene minimali o esagerate, nostro mostruoso alter ego.

Padiglione Italia

Le metafore di Liliana Moro catturano per il gusto del paradosso. La “Spada nella roccia” ha la fragilità del vetro di Murano. Mentre “Avvinghiatissimi” fa pensare alla fine di un amore, i materassi impacchettati, lo struggimento di un tango di Piazzolla.

Dal’aldilà, essendo morta nel 2017, Chiara Fumai compone poemi intraducibili, fatti di geroglifici, scrittura al contrario, macumbe e gocce di sangue.

Nè altra nè questa, la sfida al labirinto è rivolta ad tutti i visitatori. entrando nel recinto magico si abdica ad ogni velleità personale e ci si affida totalmente al caso ora perdendosi, ora rifacendo più volte lo stesso tratto, ora saltando completamente alcune parti. Come nella vita, c’è sempre qualcosa che sfugge…

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