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Daniela Ghezzo: custode della tradizione della calzoleria veneziana

All’interno dell’Atelier Segalin di Daniela Ghezzo, calzolaia di fama internazionale che fa compiere un viaggio attraverso un secolo di calzature fatte a mano.

Uno stivaletto in pelle di maiale e capretto, impreziosito da bottoncini in pietra dura e foderato internamente di seta, con un tacco a rocchetto e la punta rotonda, è esposto in una vetrina di Calle dei Fuseri, nel sestiere di San Marco. Le sue condizioni sono talmente perfette che si fa fatica a credere che abbia più di cento anni. Questo e altri modelli dal fascino vintage sono custoditi con cura all’interno dell’Atelier Segalin di Daniela Ghezzo, calzolaia di fama internazionale che fa compiere un viaggio attraverso un secolo di calzature fatte a mano.

Daniela Ghezzo

Formatasi al liceo artistico prima e all’Accademia di Belle Arti di Venezia poi, Daniela Ghezzo inizia il suo apprendistato in bottega da giovanissima, sotto la guida del celebre calzolaio veneziano Rolando Segalin.

A 24 anni decide coraggiosamente di rilevare il rinomato atelier del suo maestro, aperto in Calle dei Fuseri nel lontano 1932. Da allora, si è dedicata all’artigianato delle calzature, con sapienza manuale e cura per il dettaglio, riuscendo ad affermarsi in quello che è un ambito solitamente maschile.

Un lavoro che può stancare ma mai annoiare. Così l’artigiana descrive il suo mestiere, a cui si dedica da ben ventisette anni; è un amore che si scorge negli occhi e nelle parole che usa per spiegare i materiali utilizzati per la fabbricazione dei vari modelli. Acqua, raspe da cuoio, chiodi e pinze con becchi diversi: questi sono gli strumenti essenziali con cui un calzolaio crea un paio di scarpe.

Il lavoro della calzolaia

Si parte dal calco del piede del cliente, eseguito tracciandone la sagoma con una penna su un foglio di carta. Successivamente, si procede con il prendere le misure di tre punti importanti: la pianta, che va misurata nella zona del metatarso, il collo, e l’entrata dentro la scarpa, elemento importante per l’allacciatura. Questa attenta analisi del piede si conclude quindi con delle brevi annotazioni da parte della calzolaia, ad esempio se l’arco plantare del cliente è sostenuto.

Da qui, si realizza la forma, su cui viene tirata la tomaia. È un passaggio che richiede forza, ma non troppa: secondo Daniela Ghezzo, la tensione del cuoio è qualcosa che si deve sentire, prima di tutto, con l’orecchio. Perché quello del calzolaio è un mestiere fatto dei più piccoli dettagli, e che coinvolge più sensi – olfatto, udito, tatto. L’artigiana, infatti, racconta che ci tiene ad acquistare personalmente la pelle che poi va a lavorare, perché ha bisogno di riconoscerla dall’odore e di toccarla con mano. Dai resistentissimi zebù e pelle di lama, al morbido alligatore, passando per lo struzzo e il colorato pitone: ogni materiale deve avere per lei una sensazione familiare.

La creazione di un paio di scarpe termina poi con il montaggio e la finitura. Per Daniela è essenziale non tralasciare alcun passaggio nella creazione di una calzatura, perché ognuno di essi è indispensabile per la realizzazione di pezzi che durano nel tempo. La sua bottega è quindi una fucina di qualità e rigore, oltre che di creatività e passione.

L’Atelier Segalin

Ma l’Atelier Segalin custodisce anche stampi, dime, forme in legno e scarpe, alcune risalenti a più di cento anni fa, altre agli anni ’60-’70. La preziosa collezione vanta anche modelli realizzati dalla storica calzoleria romana Gatto, specializzata in scarpe da uomo, e da un antichissimo calzolaio veneziano, Grienti, che ci teneva moltissimo a creare calzature non solo con gli interni foderati in seta, ma anche le etichette stesse.

Tra un modello di scarpa e l’altro, Daniela racconta qualche curiosità poco nota del mondo dei calzolai. Mostrando, ad esempio, la riproduzione accuratissima di una babbuccia in seta, un materiale difficile da lavorare perché soggetto a sfilacciature, spiega che fino al Settecento, soprattutto nel caso di questo tipo di scarpa, non esisteva alcuna differenza tra la destra e la sinistra, ma si utilizzava una sola forma per entrambi i piedi.

Questa è una deduzione che si può fare esaminando attentamente la silhouette della suola. Daniela specifica che c’era però senso anatomico, e infatti anche all’epoca veniva aggiunto un piccolo spessore, quasi come un plateau, per dare maggior sostegno alla schiena.

Un altro aneddoto particolare riguarda invece la suola stessa: dato che l’uso della gomma non si era ancora affermato, e anzi era considerato un materiale più costoso, in passato realizzata in cuoio che, se lavorato a dovere, assumeva una consistenza pressoché lignea.

Tuttavia, il tacco della calzatura, in legno, non era adeguatamente isolato dai danni provocati dall’acqua, e rischiava di marcire. Per ovviare a questo problema, il calzolaio era solito inserire una sottile lastra di zinco tra il tacco e la suola della scarpa.

Leggi anche: I “calcagnini”: la scarpa in voga nelle donne durante la Serenissima

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