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L’arte dei caleghèri, un lustro della Repubblica di San Marco

L’arte dei caleghèri, i calzolai, è stata una delle attività artigianali economicamente più rilevanti per la Serenissima.

L’arte dei caleghèri, i calzolai, è stata una delle attività artigianali economicamente più rilevanti per la Serenissima.

La sua presenza è documentata a Venezia sin dal 1268 e porta la data del 17 novembre 1271 lo statuto dei caleghèri, il Capitulare Callegariorum, che contiene addizioni – ossia aggiunte dovute ad ordinanze della giustizia vecchia – fino al 6 luglio 1313.

Chi erano i caleghèri

I caleghèri, riunitisi in Confraternita a tutela della propria arte e delle proprie produzioni artigianali, erano calzolai che fabbricavano scarpe, stivali e calzari in genere e avevano norme precise che ne regolavano l’attività, come quella di confezionare le calzature esclusivamente con pellami nuovi, che venivano riforniti dal Magistrato alle Beccarie.

Oltre ai caleghèri, a Venezia operavano i zavatteri, ciabattini, che riparavano le calzature vecchie e avevano l’obbligo di usare solo cuoio di seconda mano, i çocholarii, ossia i fabbricanti di zoccoli, i patitari, che realizzavano pattini o suole di legno adattate poi al piede con striscie di cuoio, e i solarii, gli artigiani che disegnavano le suole delle scarpe sulle pezze di cuoio e da queste poi le ritagliavano.

La scuola in Campo San Tomà

Fin dal 1446 l’arte ebbe la scuola di devozione in un edificio acquistato in Campo San Tomà, nel sestiere di San Polo, che fu ristrutturato per renderlo più idoneo alle esigenze dell’arte. La scoletta è oggi sede della Biblioteca civica.

A testimonianza della presenza di questi importanti artigiani ci sono dei rilievi che rappresentano calzature dell’epoca sull’architrave della porta, mentre sopra il portale principale vi è un bassorilievo che rappresenta San Marco nell’atto di guarire Sant’Aniano.

Criteri per essere ammessi all’arte

Nel 1773 a Venezia c’erano 1172 caleghèri e zavatteri – 338 capimaestri, 653 lavoranti e 181 garzoni – che operavano in ben 340 botteghe. Era quindi l’arte con i maggiori iscritti dopo i marangoni, i falegnami, e i testori de seta, tessitori.

Per essere ammessi all’arte si doveva essere maschi, avere 18 anni, aver esercitato un periodo di servitù, superare una prova realizzando tre paia di scarpe da donna e da uomo e pagare una comune tassa di iscrizione alla Confraternita.

Per l’arte dei caleghèri vigeva l’usanza di offrire ogni anno alla dogaressa un paio di prestigiosi zoccoli. Tali zoccoli dovevano avere, almeno al tempo del doge Lorenzo Priuli, in carica dal 14 giugno 1556 al 17 agosto 1559, il valore di 22 lire venete.

Durante la fiera della Sensa, la Confraternita esponeva i propri lavori in Piazza San Marco, in un punto preciso segnalato da liste di marmo bianco. Anche quella dei caleghèri seguì la sorte delle altre scuole dopo il decreto napoleonico di soppressione, nel 1807, anche se alla fine del 1700 il numero dei calzolai che operava in città era diminuito di poco, scendendo a quota 966.

Tracce dei caleghèri oggi

A Venezia ancora oggi ci sono numerose tracce di questa nobile arte, che col tempo si è trasferita lungo la Riviera del Brenta influenzando così la crescita di questa area.

Due calzolai sono presenti nell’arcone del portale di ingresso della Basilica di San Marco, uno con una scarpa e l’altro con uno stivale; a Palazzo Ducale, in un capitello, è rappresentato un calzolaio con pettorale e grembiule e gli strumenti del lavoro.

E ancora, nella chiesa di Santo Stefano, l’altare della Beata Vergine Annunziata è decorato con quattro piccoli scudi a forma di scarpa. Qui, dalla fine del Trecento, si ritrovavano i caleghèri tedeschi, che si erano separati dai confratelli veneziani.

In Calle de le Boteghe, vicino a San Samuele dove trovava posto la sede dei caleghèri tedeschi, sono ancora visibili dei bassorilievi in pietra d’Istria riproducenti calzature maschili in uso all’epoca a perenne testimonianza di un artigianato che seppe dar lustro con il proprio lavoro alla Repubblica di San Marco.

Leggi anche: I “calcagnini”: la scarpa in voga nelle donne durante la Serenissima

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