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CGIA: prestiti bloccati, aziende a rischio usura nel Veneziano

Esiste inoltre una sacca di aziende a rischio mortalità o peggio ancora a rischio usura. Sono considerate inesigibili dalla banche e dunque per loro lo sportello del credito è chiuso e nella città metropolitana sono quasi 2000. Ne parliamo con Andrea Vavolo della Cgia di Mestre

Siamo collegati con Andrea Vavolo, della CGIA di Mestre. L’argomento di oggi sono i prestiti che le banche dovrebbero erogare, ma che cominciano a non concedere più. Di conseguenza le aziende sono in sofferenza e alcune potrebbero addirittura rischiare la chiusura.

“Sì, la situazione delle banche è sempre molto delicata. Noi veniamo da 10 anni duranti i quali si è assistito a una stretta creditizia importante sulle imprese. I prestiti che le banche erogano alle imprese sono andati costantemente in diminuzione rispetto al 2011. Per cui abbiamo 262 miliardi di prestiti in meno alle imprese. Si tratta di una diminuzione di un quarto, che per quanto riguarda il Veneto è stata addirittura del 27%.

Andando poi a vedere il caso delle piccole imprese venete, la diminuzione è pari al 37%. Si vedono in giro molti sondaggi che denunciano la difficoltà delle imprese di accedere alle banche. Queste rappresentano una delle istituzioni più importanti in un’economia, che erogano il credito e dirotta su investimenti e risparmi” ha detto Andrea Vavolo della CGIA di Mestre.

Questo si viveva anche prima del covid, non è cambiato molto, giusto? Però a telecamere spente mi diceva che qualcosa in realtà è cambiato: le banche avevano ripreso a erogare crediti prima della pandemia. È corretto?

“Sì, nel 2020, che avrebbe potuto essere un anno particolarmente critico perché le imprese cominciavano ad andare male, ad accusare un peggioramento dei parametri sulla base dei quali viene erogato il credito. Poteva essere un bagno di sangue. In realtà il governo ha fatto bene a intervenire con delle poderose misure a carattere finanziario a garanzia. Cito la moratoria dei prestiti, non solo alle imprese ma in generale, che ha visto impegnare 71 miliardi, 55 sulle imprese.

Mentre i prestiti garantiti dallo Stato ammontano totalmente a 191 miliardi di euro. Tutta questa massa di risorse ha sostenuto le banche nella loro funzione, e ha quindi sostenuto indirettamente le imprese garantendo loro i prestiti, e ha quindi sostenuto indirettamente le imprese. La situazione era, ed è, ancora grave, ma il sistema bancario finanziario ha tenuto.

È vero che c’è stato un effetto sostituzione: se noi andiamo a confrontare i soldi messi in campo dal governo e gli incrementi di prestiti alle imprese, vediamo che su 150 miliardi di garanzia, i prestiti sono cresciuti di 40 miliardi. Quindi sicuramente in maniera insufficiente rispetto ai prestiti ottenuti. Ciò significa che c’è stata una sostituzione tra garanzie dei privati e garanzie del governo. In parte è lecito, in parte questo non è l’effetto che si è voluto dare alla misura. In ogni caso, questo ha fatto sì che la curva del caro dei prezzi delle imprese, che dura per 10 anni, abbia ricominciato a risalire, fino a segnare un +5% nel novembre del 2020.

Da allora però questa curva, che è come un aereo che tentiamo di far ripartire, si è fermata: l’effetto di spinta sembra essersi esaurito. In un momento in cui c’è ripresa e si parla di ‘rinascita degli investimenti’, lo stock dei prestiti sembra essere salito rispetto alla punta del minimo. Comincia però a sussistere una situazione di stallo” ha detto Andrea Vavolo della CGIA di Mestre.

Siamo in ripresa, al punto che si parla di un +6% di PIL – crescite da Repubblica Popolare Cinese. Chi sta soffrendo è chi era già destinato a chiudere prima del covid?

“In questo momento quello che c’è di buono è il fatto che tali misure siano state prorogate fino al dicembre 2021, quindi il grosso pericolo non è immediato. La moratoria decade il 31/12/2021, così come alcuni tipi di prestiti garantiti. Però di fatto le regole che hanno portato al credit crunch sussistono. Quindi finito il 2021 bisognerà pensare a come difendere queste imprese. Altrimenti, alla prima crisi, ritorneranno a farsi sentire le regole di Basilea, che impongono una patrimonializzazione delle banche, un rapporto tra debiti e impieghi.

Sono tutte cose giustissime, che però rischiano di creare un freno al rilancio economico, specie in un momento come questo, caratterizzato da prezzi della materia prima in crescita, costo energetico aumentato del 40% e domanda di prestiti per investimenti.

La situazione deve essere attentamente monitorata per sostenere le imprese, e fare qualcosa in più per sostenere le piccole imprese che non hanno facile accesso al credito e chi si trova già in situazione “malate”, con i crediti in sofferenza o che si trova alle prese con fenomeni quali l’usura” ha detto Andrea Vavolo della CGIA di Mestre.

Pare però che lo Stato abbia già messo a disposizione delle imprese un fondo a garanzia. Eppure in gran parte ci risulta essere ancora inutilizzato per la condizione in cui alcune di queste imprese versano, in particolare agli occhi delle banche.

Allora chi fa fatica ad accedere al credito è perché si trova già di per sé in cattive acque, mi sbaglio?

“Occorre fare un po’ di ordine. Il denaro avanzato dai fondi ristoro verrà impiegato come misura di soccorso per calmierare i rialzi delle bollette. In merito a quello che dicevi invece tu, è vero che lo Stato ha stanziato diversi fondi per le imprese che però o non ne sono a conoscenza o sono frenate dalla rigidità di alcuni paletti per cui il credito in questione risulta poi inservibile.

Io citavo per esempio il fondo dell’usura, poco utilizzato perché poco noto alle aziende. Vi possono accedere imprese che si sono viste rifiutare un finanziamento garantito per il 50%. Questo potrebbe ad esempio rappresentare per alcune realtà un’ancora di salvezza” ha detto Andrea Vavolo della CGIA di Mestre.

Sono quindi i paletti il vero ostacolo, e non le imprese che a quel punto se avessero accesso al credito ripartirebbero?

“A dire il vero, è giusto che in una certa misura siano fissati dei paletti su fondi del genere. Il rischio sarebbe altrimenti di prestare denaro a imprese già condannate. In ogni strumento dovrebbero celarsi dei paletti utili a indirizzare i soldi ai soggetti a cui effettivamente sono stati destinati. Il problema tuttavia è che, come ti dicevo prima, in molti casi questi fondi sono scarsamente conosciuti. O, in alternativa, la situazione finanziaria dell’azienda in questione risulta bloccata.

In una comune circostanza di difficoltà di un’impresa però, questi fondi sono preposti a garantire quella liquidità che permette di sopravvivere e provare a reinvestire parte dei propri capitali. In un momento come questo, è una misura fondamentale perché alcune realtà del nostro paese non spariscano.

L’ultima parola, però, risulta in ogni caso alla banca, che deciderà se reputare o meno idonea al prestito l’impresa destinataria. Ovviamente, in alcuni casi il nome dell’azienda che vi fa ricorso incide non poco su questo giudizio. I dati ci parlano infatti di piccole imprese che più difficilmente accedono a questo credito rispetto a nomi più noti” ha detto Andrea Vavolo della CGIA di Mestre.

Forse però noi siamo ancora legati a un’immagine di banca per come si è sviluppata nell’800. Cioè per prestare denaro. Ora invece molte banche traggono la maggior parte dei propri utili dalla gestione di conti correnti, ricevendo provvigioni per l’uso di Bancomat o carte di credito. Il suo ruolo è cambiato insomma.

“Possiamo dire in realtà che, nei sondaggi che abbiamo tracciato riguardo a medie e piccole imprese, sembra che la percezione del ruolo della banca rispetto al passato sia cambiata. Spesso e volentieri infatti la banca risulta demonizzata e screditata da parte dei privati. Bisogna però considerare che, più semplicemente, le norme che si sono sviluppate nell’ultimo decennio sono frutto di risposte autorevoli a situazioni di gravi default bancari. Sono state prodotte così da realtà come l’UE norme che costringono la banca a ridurre l’esposizione e a capitalizzarsi. Il risultato scontato è che però i prestiti verso le imprese sono diminuiti.

La stessa diminuzione dei tassi di interesse concepita per il rilancio dell’economia di fatto riduce la remunerazione verso la banca. Di conseguenza, aumentano i suoi costi di gestione che la mettono nella posizione di diventare non più una banca, ma un’erogatrice di servizi.”

Nel veneziano quante aziende risultano in difficoltà secondo i vostri dati?

“Innanzitutto, un’azienda è in sofferenza se anche la banca a cui si è rivolta ha reputato il prestito richiesto inesigibile. Nel veneziano ne abbiamo segnalate 1822. Ciò non significa che ognuna di queste chiuderà dall’oggi al domani, ma chiaramente lo scenario non è roseo. Va detto in realtà che, rispetto a un periodo di crisi come il 2011, i numeri sono più moderati”, ha detto Andrea Vavolo della CGIA di Mestre.

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