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Pink Floyd: 5 canzoni dei contro la guerra

Alcune delle canzoni più popolari dei Pink Floyd, il gruppo rock britannico per eccellenza, che si battono contro la guerra

Per molto tempo il singolo “When the Tigers Broke Free” (1982) non avrà posto in nessun album dei Pink Floyd, ma, all’epoca fece da traino al film tratto da The Wall per la regia di Alan Parker, di cui rappresentava uno dei pochi inediti della colonna sonora. È uno dei più commoventi atti di accusa ad ogni tipo di guerra, un pugno allo stomaco quasi insostenibile. Non prevede alcun intervento della band, se non la voce di Waters che interpreta il testo smontando di ogni pomposità l’arrangiamento volutamente solenne, atto a creare un contrasto di sentimenti.

Il testo è una doppia descrizione. Quella della volta in cui il piccolo Roger scopre in un cassetto il certificato di morte del padre con relativa onorificenza e il modo brutale in cui il padre muore, letteralmente abbandonato e sacrificato con altri suoi commilitoni dagli alti gradi militari che non accettarono il ritiro delle truppe britanniche da Anzio. Le tigri del titolo sono un’abile metafora, visto che i Tigers erano i carrarmato tedeschi.

“Goodbye Blue Sky” (1979)

La voce innocente di un bambino in apertura: il figlio di Waters che all’epoca aveva due anni. Il bimbo esclama “guarda mamma c’è un aereoplano in cielo”. Frase innocente che diventa agghiacciante in quanto l’aereo si tramuta in un bombardiere. Nella sequenza animata dedicata al brano nel film The Wall, il grafico Gerald Scarfe tira fuori l’oscenità e il sangue insiti nella guerra. Il grigio, la puzza di cadavere escono direttamente dalla sua matita per finire nello schermo.

Musicalmente la canzone oscilla tra dolci e melanconiche chitarre acustiche e angelici cori alla Beach Boys per poi precipitare nell’incubo di sintetizzatori malvagi e discese in minore mantenendo la patina psichedelica dei Floyd vecchio stile. Goodbye Blue Sky rappresenta in The Wall l’inizio del baratro psicotico del protagonista Pink, il cui trauma è strettamente connesso con le atrocità della Seconda guerra mondiale, di cui è figlio. Waters si riferisce in particolare ai bombardamenti dei nazisti sull’Inghilterra.

“Us and Them” (1973)

Nel 1973 i Pink Floyd fanno uscire il loro disco più venduto di sempre, ovvero The Dark Side of the Moon. Esso è un concetto su quello che fa impazzire l’uomo moderno, per questo motivo non poteva mancare un brano sulla guerra e sulla sua completa irrazionalità. I soldati vengono freddamente mossi come pedine, non vengono considerati esseri umani.

Il tema è espresso con intelligenza anche musicalmente. Us and Them è un brano accattivante per un pubblico pop, ma allo stesso tempo un inquietante esperimento di jazz psichedelico.

“Two Suns in the Sunset” (1983)

Forse il picco del repertorio antimilitarista dei Floyd è questo brano contenuto in The Final Cut. Album che più di tutti tramando un messaggio sulla guerra e i suoi effetti devastanti. Dal punto di vista musicale è una ballata di derivazione country che fa da contraltare alla rassegnazione del testo, che è forse uno dei più potenti manifesti antinucleari di sempre.

Il testo è la descrizione di un’esplosione atomica che produce l’illusione di due soli al tramonto. Il guidatore che all’esplosione si schianta contro un camion mentre il calore scioglie le lamiere, momento in cui l’arrangiamento si fa più rock con automobili sfreccianti e grida di innocenti vittime della follia umana. La musica rappresenta quindi il tempo che si fa beffe degli uomini, buoni solo ad autodistruggersi e sabotarsi, scorrendo sereno mentre il resto è oramai polverizzato. Waters riproporrà questa traccia in periodo pandemico, con una certa lungimiranza nel prevedere ciò che sta accadendo ora.

Il finale rivela la grande sciocchezza della guerra nucleare: “Cenere e diamanti / amico e nemico / eravamo tutti uguali, alla fine”, e subito dopo un lacerante solo di sax che sembra un fungo atomico che si disperde rarefatto nell’atmosfera.

“Sheep” (1977)

Il 1977 è anche l’anno del disco proto post punk dei Pink Floyd, ovvero il cupissimo Animals. Il brano trainante è proprio Sheep. La canzone non fa sconti alla massa cieca che va dritta al massacro seguendo leader politici e fanatismi religiosi, con Waters che recita: “Il Signore è il mio pastore / su pascoli erbosi mi fa riposare / mi conduce ad acque tranquille / con coltelli lucenti libera la mia anima / mi fa penzolare ai ganci nei luoghi più alti / mi trasforma in costolette di agnello”.

Ricorda le dissonanze di Atom Heart Mother, introdotte da un piano elettrico di Wright che tra effetti sonori sembra quasi acid jazz. Le pecore nella canzone riescono addirittura a rovesciare il potere dei cani. Una volta sconfitti, le pecore tornano, smettono di essere critiche e trovano un nuovo leader da seguire e dal quale ancora una volta farsi macellare.

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