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Thriller torna dopo 40 anni

Thriller 40 è forse la più importante riedizione per un album di Jackson, peraltro già riletto nel 2001 e nel 2008 con l’artista in vita

E’ la fine del novembre 1982 quando Michael Jackson, giunto al successo con il recente brano in collaborazione con Paul McCartney The Girl Is Mine, pubblica Thriller, l’album più venduto nella storia della musica.

Thriller 40 stupirà i suoi ascoltatori tra remaster, bonus track e remix. In confronto alla magnificenza della recente rinascita di Revolver dei Beatles, per dirne una, niente cofanetti e book pregiati, “solo” un doppio con album originale, a cui si aggiungono solo gli outtake: le traccie scartate da Jackson e postumamente recuperate e integrate.

Come si presenta

La copertina sembra uscita direttamente dagli anni 80, con un argento brillantinato che grida Michael Jackson e ricorda a tutti noi i suoi iconici costumi di scena. Il richiamo all’originale deriva dalla sua stessa faccia che fa capolino dallo zero del grande 40 che fa sognare tutti gli appassionati.

Ma il pur classico Thriller, ancor più di un Revolver, ha il merito di offrire a una larga fetta di utenti una potenziale esperienza da prima fruizione, anche considerando soltanto le tracce originali, qui memori della pulizia audio del 2008. Per molti altri è l’occasione di un riascolto a distanza di tempo, per riscoprire il peso specifico di quelle nove-tracce-nove prive di riempitivi, e rileggerne l’impatto concedendo al senno di poi un po’ di materiale extra.

Le tracce scartate da Thriller nel 1982

Le tracce “scartate” affollano il secondo CD: brani come Sunset Driver — proveniente dalle sessions per Off the Wall (1979) — What a Lovely Way to Go, già esclusa da Forever, Michael (1975) e le ballad The Toy e Who Do You Know, uniche due tracce davvero inedite, la cui fragilità perora la loro stessa quarantennale sparizione.

Ascoltati subito dopo la tracklist storica suonano come il residuo di una distillazione che feconda il terreno di Thriller senza apparire in superficie. Riemergono groove debitori di Stevie Wonder (Got the Hots), cori e battiti di mani, fiati e giri di basso made in Motown, ma altrettanto cari alla dance che aveva chiuso il decennio precedente (Can’t Get Outta the Rain). Nelle menti di Jackson e Jones — e nelle mani di Van Halen, Lukather, Porcaro — queste armi vengono messe al servizio di un rock smanioso di riprendersi la scena, con tutta la fisicità possibile. Corpi che ritrovano movimento, come quelli del più celebre videoclip della storia.

Gli esigui outtake

A proposito di demo, questa riedizione si segnala per un’offerta non certo generosa: solo l’appendice digitale presenta una manciata di outtake — peraltro già note alle cronache pirate — relative ai brani finiti sul disco, riciclando per il resto i velleitari remix del 2008 di Kanye West, Akon, e Will.i.am. Ciò segnala almeno due cose. Da una parte l’incuria per il materiale d’archivio proveniente dalle session, o quanto meno l’esiguità dello stesso (quanto sarebbe stato bello rivivere la jam da cui venne fuori il solo di Van Halen ricucito su nastro?). Dall’altra, la nitida visione di Jackson già in fase di primo abbozzo. È così ad esempio per la famosissima Billie Jean, uscita di casa già in veste ufficiale.

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