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VeniSIA: il professor Carlo Bagnoli sul suo ultimo progetto

Venezia ha riaperto a tutti gli effetti durante l'estate ai turisti e ora agli operai e anche i visionari dell'università non sono rimasti con le mani in mano e in questi giorni stanno arrivando cervelli da tutto il mondo per seguire invenzioni rivoluzionarie a sostegno dell'ambiente e anche per trovare casa. Stiamo parlando del progetto VeniSia

Siamo qui oggi con il professor Bagnoli, direttore scientifico dello Strategy Innovation Hub di Venezia (SIH). Si tratta di uno spin-off dell’Università Ca’ Foscari, istituito appena qualche anno fa. Quello che il professor Bagnoli sostiene all’interno del proprio corso è che l’Italia difficilmente possa competere nel settore dell’high-tech davanti a pilastri come Stati Uniti, Cina o Giappone. Il forte potenziale che il nostro paese può esprimere è piuttosto nell’ambito del reimpiego della tecnologia mediante strategie di innovazione quanto più creative ed efficienti. È così che nasce VeniSIA, il suo ultimo progetto in collaborazione con Eni, Enel e Snam.

Professore, ci parli di VeniSIA. Di cosa si tratta nello specifico e che prospettive può avere?

“VeniSIA sta per Venice Sustainability Accelerator Innovator, ed è di fatto un progetto che si pone come acceleratore di imprese corporate focalizzate sulla sostenibilità a Venezia. Nasce dall’unione tra l’ateneo di Ca’ Foscari, dove insegno Innovazione strategica, e da uno spin-off della stessa chiamato Strategy Innovation. VeniSIA ha cercato dalla sua nascita fino ad oggi di affrontare due problemi: quello della sostenibilità ambientale, e quello della sostenibilità sociale.

Quest’ultima in particolare può essere ricondotta in primo luogo al problema dello spopolamento di questa città. Noi quindi ci siamo mossi nella direzione di rifondare delle condizioni tali per cui persone vi ritornassero a vivere e a lavorare.

Lo slogan è stato quello di “cambiare i turisti in futuristi”. Essendo tutti noi professori o ricercatori universitari, abbiamo condotto delle ricerche mirate nel settore, scoprendo come i remote workers siano in realtà interessati a muoversi, e necessitino di 4 condizioni alla base. Ovvero, una serie di vantaggi fiscali, una città cablata, ossia dotata di connessioni internet veloci, un accesso a visti appositi e con un processo burocratico preferenziale, e infine una comunità internazionale di riferimento.

VeniSIA si propone allora come comunità internazionale di 400 o 500 persone, che permetta a oltre 10mila lavoratori da remoto di trascorrere un anno o 6 mesi a Venezia. L’idea è quella di consolidare la presenza di qualche centinaio di persone come biglietto da visita per chiunque fosse attratto dall’ipotesi di continuare il proprio lavoro da remoto e nella cornice della laguna.”

Il vitto e l’alloggio verrebbero forniti da Eni ed Enel, dico bene? Questo vorrebbe dire che questi colossi sono i primi a credere nel progetto.

“Sì. Tutto è nato dall’analisi svolta a più mani sulle criticità della città. Ci siamo accorti che i problemi più stringenti sono di natura ambientale, in una striscia di terra di 5 km² per 50mila persone. Questo permetterebbe a noi di sperimentare soluzioni in ambito di sostenibilità ambientale sfruttando Venezia quasi come laboratorio a cielo aperto. È ovvio che poi, in caso di soluzioni particolarmente interessanti, fungerà anche da perfetto palcoscenico per presentare al resto del mondo.

È così che abbiamo avviato un dialogo con alcune aziende locali, o particolarmente legate al tema ambientale a Venezia, in primo luogo Eni, Enel e Snam. Con loro abbiamo poi inaugurato un primo piano di accelerazione in cui abbiamo ricercato in tutto il mondo start-up  che fossero sufficientemente affini a risolvere le criticità individuate.”

Quali sono i vantaggi che noi, come cittadini di Venezia ma non solo, potremmo trarre da un progetto del genere? Qual è la visione che chiederebbe a questi 500 visitatori?

“Il vantaggio principale di VeniSIA consisterebbe nel fatto che le nostre imprese riprendano ad avere la sostenibilità come driver di innovazione per reimmettersi nel mercato. Il grande problema del nostro tessuto aziendale è che, pur essendo ricchissimo e altamente competente, in questo momento manca proprio di innovazione. In sostanza produce bene, ma non sa più cosa produrre.

La visione che stiamo cercando di condividere allora con le imprese con cui siamo in contatto, dalle grandi multinazionali a quelle locali, è riuscire a far collimare chi ha idee innovative e chi ha il capitale per metterle in pratica.”

Le chiederei di farci anche qualche esempio pratico. Che cosa produrranno nel concreto queste aziende?

“Abbiamo fatto uno scouting cercando di operare su due livelli: internazionale e nazionale. Nel primo caso abbiamo selezionato 1.500 start-up, poi abbiamo ridotto la scelta a 30 e infine ne abbiamo prese 10. In questo momento queste 10 sono già operative a Venezia e si occupano di sostenibilità.

A proposito degli esempi: ci sono aziende che producono una speciale spugna che assorbe solo i materiali oleosi e non l’acqua. Così qualsiasi fonte di inquinamento oleoso, ad esempio il petrolio o i detersivi, può essere rimossa dalle acque. In questo senso le aziende come Eni, che trasportano petrolio, sono molto interessate: nell’eventualità di un disastro ambientale porrebbero rimedio efficacemente.

Abbiamo poi aziende che producono apparati capaci di eliminare il radon dall’interno delle case, il quale purtroppo è una delle cause più incisive nell’insorgenza di tumori polmonari. Altre ancora che fabbricano robot per la pulizia. C’è tutta una serie di realtà selezionate da Enel, Eni e Snam per affrontare problematiche ecologiche in Venezia, ma che potenzialmente ogni città può presentare.

Viceversa, ci sono altre aziende che, indipendentemente dal programma di accelerazione, hanno deciso di ricollocarsi a Venezia. L’azienda del fondatore di una delle più importanti agenzie di comunicazione a Milano ha iniziato una nuova start-up per la produzione digitale che si chiama “Crafted” proprio a Venezia, perché dice che ha il potere di ispirare i creativi.”

Di cosa parliamo quando parliamo di sostenibilità sociale?

“Un’altra azienda ha ideato a mio avviso qualcosa di molto carino. Hanno immaginato un sistema di videocamere poco costoso (si avvalgono di videocamere industriali) per filmare le partite di calcio in tutto il mondo. In questo caso il modello di business è il seguente: tramite intelligenza artificiale si intendono produrre dei report per migliorare le performance dei giocatori e fare scouting di nuovi talenti. Questo andrebbe a giovare sia ai club meno blasonati, che vedrebbero analizzate e migliorate le performance dei propri giocatori, sia ai club più importanti che scoverebbero nuovi talenti senza bisogno di impiegare alcuna risorsa energetica.

Questo è un caso di sostenibilità sociale: darà la possibilità a tutti gli aspiranti talentuosi di essere osservati dalle società calcistiche più importanti del mondo anche se vivono in paesi poveri, dove l’organizzazione non è altrettanto strutturata.”

Rimane da trovare una sorta di varco elettronico capace di risolvere il problema dell’affollamento di Venezia.

“Siamo all’opera per cercare di capire se l’intelligenza artificiale possa in qualche modo disperdere i flussi dalle zone più densamente frequentate dai turisti. Un’opzione potrebbe essere quella di dare delle alternative alle proposte mainstream come Rialto e Piazza San Marco. E proporre contestualmente anche delle mete esterne alla città, come ad esempio Mestre, Treviso, Vittorio Veneto, ecc. L’obbiettivo sarebbe quello di convincere il viaggiatore a prolungare la presenza sul territorio offrendo delle alternative sul nostro territorio in base al gusto e alle inclinazioni personali.”

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