La Voce della Città Metropolitana

Roberto Bellio e i centri anti-violenza sulle donne

Durante il lockdown i telefoni dei centri antiviolenza erano muti incluso quello di San Donà di Piave fondato dall'ex commissario di polizia Roberto Bellio Magnolia. Con le riaperture, le segnalazioni sono esplose e ora i volontari del centro stanno schierando nuove sentinelle nelle parrucchiere e nei centri di estetica

Siamo in collegamento con Roberto Bellio, Presidente della Fondazione Ferioli del Veneto Orientale nel Sandonatese, fondazione da cui dipende il centro anti-violenza “Magnolia”. Siamo in collegamento con lui perché, a parte che in questi giorni si parla moltissimo, e a ragione, della violenza sulle donne che è in crescita, ma perché ha dei dati davvero sorprendenti, anche a lui risulta che le violenze sono aumentane ma soprattutto questo centro anti-violenza funziona molto bene, al punto che ha anche un progetto di recupero per i maltrattanti. È un commissario di polizia in pensione e ha coperto una carenza che c’era sul territorio già da 13 anni.

Giusto Roberto Bellio?

“Buongiorno a tutti. Si è vero, nel Veneto Orientale abbiamo questa Fondazione della quale io sono presidente, la Fondazione Ferioli Bo. Il nostro servizio principale è il centro per anti-violenza, anti-stalking che si chiama la Magnolia. Cinque anni fa, accorgendoci che la violenza non era solo da trattare per chi la riceve ma anche per chi la fa, abbiamo pensato di aprire un centro di recupero per gli uomini che agiscono con la violenza. Si chiama CERA, cioè acronimo di centro educativo per le relazioni affettive. Abbiamo aperto insieme con la supervisione e la regia tecnico scientifica, da parte dell’Università di Padova, con il Dipartimento di Psicologia. Questo per dare valore scientifico all’attività che andiamo a svolgere nel recupero dei soggetti che agiscono con violenza nei rapporti”.

Naturalmente per fare questo servono finanziamenti, la regione ve li ha dati, e poi, prima ancora, la fondazione ha appunto il nome di Ferioli perché è la famiglia che vi ha donato il denaro iniziale per partire.

“Si sono due mecenati, Ferioli Bo, che hanno voluto dare i loro fondi per costruire questa fondazione, hanno messo quindi questa struttura nel Veneto Orientale del Sandonatese, da dove vi parlo in questo momento, e ricopriamo il territorio del Veneto Orientale”.

Voi adesso avete 3 avvocati, 3 psicologi, 2 assistenti sociali, avete cosi una struttura che segue le donne che chiamano. La novità di questi giorni è che avete deciso di coinvolgere parrucchiere ed estetisti del territorio.

“Si, gradirei dire ai telespettatori che in questo momento ci ascoltano che tutti i servizi che danno i centri anti-violenza del Veneto, siamo in 23 circa, sono gratuiti. Dalla semplice consulenza telefonica, di persona, ma anche di essere seguita in un iter più particolare, come quello di un’uscita da violenza, con sedute psicologiche, piuttosto che consulenze da parte di legali. È giusto sottolinearlo per far si che tutte le donne possano avvicinarsi ai centri. Per raggiungere i centri è semplicissimo” ha detto Roberto Bellio.

“Basta chiamare il numero di emergenza nazionale: 1522, il quale è un centralino che funziona 24h. Si dice da dove si chiama e qual è il problema. Mette in contatto queste donne con il centro anti-violenza più vicino alla loro abitazione, avendo un contatto diretto, possono prendere appuntamento, possono recarsi da noi, e c’è tutta questa equipe, che lei ha appena detto, che lavora gratuitamente per sostenere. Abbiamo anche case protette che servono se la donna deve scappare in una situazione di violenza. Con i propri fogli, può accedere ai centri anti-violenza, abbiamo la possibilità di dare alloggio all’inizio segreto per uscire dalla violenza, in accordo con le Forze dell’Ordine e con le Autorità Giudiziaria, per poi portarla alla consapevolezza e alla denuncia, per interrompere lo stato di violenza. Come diceva lei, abbiamo fatto un progetto, ormai da 3 anni a questa parte, che si chiama Sentinelle Contro la Violenza”.

“Questi scorsi che noi facciamo, sono rivolti alle estetiste e alle parrucchiere. Queste professioni sono quelle più a contatto con le donne e durante le loro sedute vengono fatte delle confidenze da parte delle clienti. Confidenze che possono riguardare la violenza domestica. Abbiamo pensato di formare queste professioniste per sapere come rispondere e come interagire con la donna che riferisce una confidenza di tale genere. Poter quindi essere d’aiuto per inviarle in un centro anti-violenza, dove ci sarà un equipe che lavorerà materialmente con lei che ha bisogno. Già avere chi è attento a riconoscere i segni fisici (sul corpo della donna), ma saper anche interagire quando riceve una confidenza di tale tipo, può essere utile per far avvicinare la donna al centro anti-violenza. Sarà compito dei nostri professionisti tenerla vicino al centro e darle tutto quel sostegno di cui ha bisogno” continua Roberto Bellio.

Lei ha detto che durante il 2020, nel momento della pandemia, in cui le donne erano chiuse nelle loro case, insieme ai loro partner, di cui alcuni sono i loro carnefici, non si sono mosse perché non hanno potuto chiamare. Come se la situazione si fosse bloccata. Con la riapertura è emerso un mondo di violenze che è cresciuto del 10% in più rispetto al 2019.

“Sì, è vero. Stiamo vedendo ‘l’onda lunga dello tzunami della pandemia’, nel senso che i danni stanno arrivando adesso. Come ci si può accorgere, il problema del lavoro si sente molto e può essere collegato a situazione di violenza domestica. La tensione che si è venuta a creare, specialmente nei rapporti intrafamiliari, dovuti a problemi economici che questa pandemia ha portato in molti settori dell’economia italiana, ha fatto sì che ci fosse una ripercussione nei rapporti familiari. Per questo noi la chiamiamo ‘l’onda lunga dello tzunami della pandemia’ perché è quello che ha portato tutta questa serie di cambiamenti nei rapporti familiari e nei rapporti interpersonali, di cui ce ne stiamo accorgendo adesso”.

Che tipo di violenze denunciano le donne? Più psicologiche o più fisiche?

“Guardi, quelle più semplici sono quelle fisiche, perché sono facilmente visibili e anche la donna se ne rende conto perché le vede e sa che una volta che fa l’accesso al pronto soccorso viene consigliata di rivolgersi ad un centro, denunciare, interrompere questa spirale di violenza. E poi perché le lesioni lasciano un segno, una ferita visibile. Quello che invece noi vediamo sono altre violenze; quelle economiche e quelle psicologiche, dove la donna viene portata ad essere svalorizzata per quello che è.”

“Essere trattata non alla pari ma essere messa su un angolo come se fosse una persona che non ha la possibilità di reagire con l’uomo. L’esempio che volevo farle prima sulle violenze economiche, ce lo diceva una parrucchiera durante un corso e anche noi siamo rimasti un po’ basiti nel racconto. Ci ha detto che una sua cliente per pagare la messa in piega usava il bancomat perché il bancomat le viene concesso dal marito per una messa in piega al mese, e quindi il marito è monoreddito e va a controllare l’estratto conto. Ma siccome la signora era entusiasta per un prodotto per capelli che le veniva offerto, voleva acquistare questo flacone di balsamo che costava venti euro”.

“Ha chiesto alla parrucchiera di poterlo pagare in due tranche da dieci euro in contanti, perché lei avrebbe fatto ‘la cresta sulla spesa’ per poterlo poi acquistare senza dire niente al marito. Altrimenti, questo, non le avrebbe concesso di fare un acquisto oltre alla messa in piega. Vedete anche da questo cosa vuol dire violenza economica. Vuol dire essere dipendenti, in questo caso dal marito, da un uomo, il quale ti da i soldi esattamente giusti e tu devi chiederli ogni volta nella speranza che ti vengano concessi per queste esigenze. Quindi come vedete è frustrante per una donna subire questo tipo di violenza”.

Certo. Poi naturalmente tutto nasce dalle esigenze purtroppo economiche, di bilancio di una famiglia. Meno soldi ci sono, più queste violenze aumentano.

“Ed è questa l’onda lunga di cui parlavamo prima. Questa pandemia sta portando una serie di conseguenze legate anche a questo”.

I bambini sono coinvolti?

“I bambini sono coinvolti, spesso e sovente sono spettatori passivi della violenza domestica, se non attivi perché vengono attinti dalle violenze. Ma li le mamme sono più attente, nel senso che subiscono loro ma se i bambini invece vengono toccati dalla violenza, reagiscono immediatamente. Purtroppo non si rendono conto che la violenza assistita ha la stessa gravità di una violenza subita per un bambino”. ”

“Quindi tante volte quello che noi dobbiamo fare, quello che le nostre specialiste devono far capire a loro è che se loro vogliono essere tutelanti per loro stesse lo devono essere anche per i figli. Perché i figli vedendo la violenza ne sono anche loro partecipi, quindi le stimolano ad entrare in un percorso di uscita dalla violenza, quindi di assistenza da parte del centro anti violenza anche usando il fatto di pensare ai propri figli. Anche se non vengono picchiati, ma assistono a queste scene all’interno della loro famiglia, loro devono essere per forza tutelanti altrimenti i bambini ne hanno e ne avranno delle conseguenze” ha detto Roberto Bellio.

Avete segnalato 400 casi. Di questi casi la maggior parte sono italiane?

“Si, abbiamo un’omogeneità. Sia per quanto riguarda il livello culturale, sia per quanto riguarda le etnie che in questo momento abbiamo sul territorio. Si dividono in maniera eguale, la maggior parte sono italiane chiaramente, siamo sul 74% italiane e poi tutte le altre etnie. Chiaramente abbiamo anche notato che la loro scolarizzazione è di qualsiasi tipo: passiamo dalla scuola dell’obbligo sino ad arrivare a persone laureate, e poi inserite in vari ceti sociali in diversi ceti sociali. Non dobbiamo pensare che la violenza sia soltanto esclusivamente appannaggio di persone non acculturate e magari anche con un basso reddito piuttosto che un lavoro non particolarmente performante. Va in trasversale in tutte le categorie”.

E bisogna avere il coraggio e anche questo deve essere trasversale. Grazie davvero Roberto Bellio. Noi speriamo che oltre che a parlare di questo, di essere stati utili nel segnalare questa cosa. Denunciate e sappiate che c’è una rete che sta crescendo, di persone sentinelle che possono aiutarvi.

“Se posso concludere. Uscire dalla violenza si può. Avere fiducia nei centri anti violenza, troveranno donne che lavorano per le donne. Professioniste donne che lavorano per loro. A titolo gratuito. Lo sottolineiamo un’altra volta. E se si ha paura di fare una denuncia, chiamate il centro anti violenza, chiamate il 1522, fatevi passare il numero di telefono del centro anti violenza più vicino a casa vostra. Chiedete una consulenza, parlatene e poi prendete una decisione”.

“Ma prima di tutto, prima di tenervi tutto dentro e dire che non si può fare nulla, sappiate che il centro anti violenza vi può essere utile per una qualsiasi consulenza. Questa è la fiducia che noi vogliamo dare ai nostri utenti. Nessuno tirerà via i bambini, e nessuno vi chiederà neanche il vostro nome; noi siamo tenuti anche alla segretezza dei vostri nomi. Quindi non abbiate paura a dire che siete mamme, che avete problemi in casa, che i bambini subiscono violenze: nessuno vi porterà via i bambini. Lo dico perché questo è il comune denominatore che tante donne hanno. Con la massima serenità affidatevi ai centri anti violenza” ha concluso Roberto Bellio.

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