La Voce della Città Metropolitana

Marco Toso Borella: “Fase zero, verità su Venezia”

Si chiama Marco Toso Borella, si definisce un artista del vetro di Murano, in realtà è un appassionato della storia di Venezia. Ha scritto un romanzo e altri racconti, ma soprattutto un libro durante l'emergenza Covid che ha toccato il cuore di molti veneziani contenente un appello a fermare la monocultura turistica

Marco Toso Borella artista vetraio molto noto di Murano a Venezia ci spiega l’importanza di valorizzare la propria origine veneziana senza rinnegarne la storia.

Come altri artisti a Murano lui si è trovato con la fornace spenta durante il periodo dell’emergenza Covid-19 e di fronte a tutto ciò si sono accavallati pensieri che sono sfociati nel libro “Fase zero, verità su Venezia” in 9 capitoli.        Si pone il problema di cosa fare di una Venezia che si scopre inutile nel momento in cui è vuota e deserta, senza turisti. Si accorge che la mono-cultura turistica ha distrutto la città.

Le parole di Marco Toso Borella

“Se si vogliono risolvere i problemi di Venezia non bisogna partire da un’ottica di parte, ma bisogna semplicemente  dichiarare quello che si vede.  Quello che mi stupisce quando si cerca di risolvere il problema Venezia è il fatto che si faccia quasi finta che il veneziano non esista. Venezia non è più vista come città in cui si abita, ma è una cornice nel quale progettare. Progettare un futuro più o meno lontano senza tenere conto del quotidiano, del presente.

Ciò che ha azzerato la voglia di alzarsi  è vedere con che velocità tutto un sistema è miseramente crollato.  Il problema più grande è  che Venezia sia una grande città solo per la monocultura turistica e l’offerta vincolata alla domanda. Una città come la nostra nei i secoli si è contraddistinta per una sua completa diversità architettonica, storica e organizzativa, tutto ciò viene dimenticato in funzione del dare ciò che ci viene richiesto. Per fare ciò si va quasi a rinnegare se stessi.

Noi stiamo adattando la nostra storia alle esigenze di chi deve farsi quasi un film mentale sulla nostra città. Se io sono forte nel mio passato, potrò tornare a essere forte in un futuro, se io invece impoverisco il mio passato e lo rendo attaccabile (perché poco credibile), non potò più avere il potere di contrattacco. Perché alla fine ti interessa vedere l’oggetto o come te lo racconto?  Ti interessa sapere come viene fatto o vuoi farlo tu?

Quando qualcuno ha conoscenza di ciò che è stato e sa perché tutto il mondo viene qui, quella persona troverà in se la forza di andare avanti a vivere qui, perché non è facile vivere a Venezia. Se noi veniamo sostituiti da non veneziani si iniziano a raccontare storie non vere, non nostre, confondendone i particolari. Andiamo avanti così e alla fine diventeremo ‘fast food’.

Il senso di abitare a Venezia è sacrificarsi nel dire che posso anche fare la fatica di camminare tutti i giorni per lei. La mia constatazione è che ognuno deve avare il suo percorso di autocoscienza. Bisogna fermare questo pensare che la cultura è fatta da quelli che sanno e osservata da quelli che non sanno.  Tutto è come scollegato, l’arte è scollegata dall’uomo e l’artista dalla città.

Ritengo che ci siano degli spazi che hanno uno spirito, un’essenza che deve e necessita di essere raccontata. Noi dobbiamo farci carico di essere anche ‘offerta’ e non solo ‘domanda’. Chi accetta questa ‘offerta’ l’accetta così com’è. Per usare la tua creatività devi saper rispettare e valorizzare il contesto. L’artista dev’essere utile a Venezia e non viceversa.”

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