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Imprese contro Conte: “si poteva lavorare in sicurezza senza chiudere”

Gli artigiani veneti non ci stanno a fermarsi, anche perchè non si possono portare a casa il lavoro manuale e molti di loro hanno cambiato produzione puntando su prodotti sanitari. Si poteva lavorare dicono prendendo le dovute precauzioni. Rischia di saltare il sistema.

Delusione, mortificazione, rabbia e voglia di reagire sono questi gli stati d’animo che stanno attraversando gli artigiani, una della anime più laboriose del mitico nord est. «Da ieri, 25 marzo, sono state costrette a chiudere il 61,6% delle imprese artigiane venete e sono rimasti a  casa il 57,5% degli addetti – dice Agostino Bonomo presidente regionale di Confartigianato – che si aggiungono a quelli che hanno chiuso per decreto la scorsa settimana».

Imprese artigiane

Le stime dell’ufficio studi della categoria sulla base dei codici Ateco (Attività economiche) inseriti nei due decreti dell’11 e 22 marzo, calcola una serrata di oltre 77 mila e 700 imprese e la fermata di 188 mila addetti. «Lo stillicidio di decreti ha modificato ancora l’elenco delle attività da chiudere, in un settore dove l’80% della manodopera è operaia e non può avvalersi dello smart working – ha dichiarato sempre il presidente regionale di Confartigianato – Arrestare il sistema produttivo significa accrescere il rischio di una grave crisi occupazionale domani».

Bonomo si appella al senso di responsabilità, mentre il presidente della confindustria del Veneto Enrico Carraro va oltre e parla di tradimento dei sindacati. «Avevo siglato un bell’accordo con le organizzazioni sindacali – ha dichiarato oggi al gazzettino – che prevedeva controlli serrati sulla sicurezza ed è stato cancellato tutto da questo decreto che ha chiuso le mie fabbriche e quelle dei miei colleghi. Mi sento pugnalato alle spalle, si sbagliano sia gli operai che gli imprenditori se pensano che ci saranno fondi per tutti, non è vero. Il sistema può reggere la chiusura per due settimane non oltre».

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