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Il mercato della musica è immune al Coronavirus!

Secondo l’International Federation of the Phonographic Industry, il mercato della musica registrata è cresciuto nel 2020, nonostante la pandemia di Covid.

L’International Federation of the Phonographic Industry (IFPI), ha diffuso il rapporto annuale (lo trovate QUI) sull’andamento del mercato discografico nel 2020, secondo il quale la pandemia di Covid-19 non ha intaccato il giro d’affari della musica registrata, il cui fatturato è aumentato del 7,4% rispetto al 2019, facendo registrare ricavi per 21,6 miliardi di dollari. A trainare la crescita, come da tempo, lo streaming: i ricavi dagli abbonamenti premium a pagamento sono lievitati del 18,5%, per un totale di 443 milioni di utenti attivi in tutto il mondo. L’incremento del digitale ha assorbito l’ulteriore calo del formato fisico, contrattosi di 4,7 punti percentuali, e il calo dei diritti connessi, penalizzati del 10,1% a causa del blocco delle attività di musica dal vivo e diffusa.

Il mercato della musica italiana è trainato dallo streaming freemium

Sul mercato italiano trionfa lo streaming freemium (fruito gratuitamente con il supporto della pubblicità), in rialzo del 31,59%, seguito dai servizi premium cresciuti del 29,77%, nel complesso il digitale ha raggiunto l’81% di tutti i ricavi dell’industria in Italia, contro il 72% dell’anno precedente. Strategica, nel conseguimento del risultato, la scelta delle case discografiche di non non interrompere il flusso di investimenti e, di conseguenza, le pubblicazioni durante il lockdown: nel nostro paese sono stati certificati 156 album tra oro e platino, contro i 166 del 2019.

Crollano le percentuali di supporti fisici e royalties

Resta critico, in Italia, il comparto dei supporti fisici, crollato – anche a causa delle chiusure degli esercizi di vendita imposte dal virus – del 40,81%: il CD ha perso il 35,14% (ma il vinile è riuscito a resistere, guadagnando il 2,5%!), mentre lo stop ai concerti e la serrata di esercizi pubblici come bar, ristoranti, discoteche e palestre hanno costretto il settore delle royalties a ripiegare di oltre 31 punti, con perdita – rispetto al 2019 – superiore ai 18 milioni di euro.

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