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Dante Alighieri e la cucina: Galeotta fu… la gola

Nell'anno del 700° anniversario dalla morte di Dante Alighieri, al sommo poeta sono stati dedicati svariati eventi, il più curioso però è stato organizzato a Mogliano dall'Accademia italiana della cucina con il 21° discendente del poeta fiorentino. Obiettivo: capire il rapporto tra la Divina commedia e i peccati di gola

Dante Alighieri e la gastronomia raccontati attraverso la Divina Commedia, è la sfida che l’Accademia Italiana della Cucina voleva accettare ancora il 25 Marzo scorso, giorno in cui è cominciato il viaggio raccontato dalla Divina Commedia nell’anno del settecentesimo anniversario della sua morte. Il match con gli esperti, a causa della pandemia, è però slittato in questi giorni. Ha comunque riunito, a Mogliano Veneto a Villa Braida, dantisti, saggisti, gastronomi e persino l’ultimo discendente di Dante che vive a Verona.

L’intervento del Segretario generale dell’Accademia Italiana della Cucina alla sfida gastronomica di Dante Alighieri

Questo il commento di Roberto Ariani, Segretario generale dell’Accademia Italiana della Cucina. “L’accademia è un’istituzione culturale e come tale è sorella stretta di tutto ciò che riguarda le manifestazioni artistiche”.

Perché questa convention nel Veneto? Perché Dante, quando è stato cacciato da Firenze, ha raggiunto proprio Treviso e poi Verona, dove il caso ha voluto che ora vivano anche i suoi discendenti.

L’intervento del Direttore Centro studi Veneto dell’Accademia Italiana della Cucina

Questo è stato l’intervento di Roberto Robazza, Direttore Centro studi Veneto Accademia Italiana della Cucina. “Dante ha dei legami molto forti con il Veneto. Il figlio di Dante, per esempio, è sepolto nella Chiesa di San Francesco a Treviso. Quand’è dovuto fuggire da Firenze, ha trovato casa accogliente tra il veronese e il trevigiano. C’è un legame ancor più importante, oltre che culturale, per noi veniti verso la figura di Dante”.

Talmente forte il legame con Treviso e Verona che a muoversi in nome dell’accademia sono stati il Centro Studi Territoriale Veneto e il Coordinamento Territoriale Veneto dell’associazione.

Il cibo attraverso il viaggio nell’Inferno, nel Purgatorio e nel Paradiso

Franco Zorzet, Coordinatore territoriale Veneto Accademia Italiana della Cucina. “È un viaggio attraverso le tre cantiche dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso. Un viaggio nuovo attraverso il cibo. Il cibo citato da Dante, il cibo come metafora e il cibo della letteratura gastronomica del Trecento”.

Dante non sarebbe stato accademico, la gola era un peccato capitale, il secondo dopo la lussuria e per questo, le ricette dell’Inferno, ispirano in realtà delle punizioni. Ma via via verso il Paradiso l’atmosfera si stempera.

Rosa Elisa Giangoia, Saggista e studiosa di ricettari di cucina. “Nell’Inferno ci sono le due grandi rappresentazioni dei lessi, che sarebbero i barattieri, che bollono nella pece bollente e che vengono arpionati dai diavoletti. Fanno la funzione dei cuochi quando prendono su con i loro uncini i pezzi di carne per vedere se sono cotti. L’altra grande raffigurazione è quella della gelatina, in cui si trovano imprigionati i parenti traditori che sono imprigionati nel ghiaccio. Dante li paragona a dei polli e degli altri animali imprigionati nella gelatina. Nel Purgatorio, si va all’allusione della lonza del castrone, cioè a questa parte prelibata dell’agnello castrato, di cui abbiamo anche delle ricette nei ricettari dell’epoca per fare degli arrosti particolarmente saporiti. Nel Paradiso c’è il pane che sarà il sapore dell’esilio per Dante, non avendo il sale. Qualcosa di sgradevole per il fatto di essere lontano da Firenze, ma anche perché è un pane diverso da quello di Firenze dove si usava fare il pane scippo, non salato. Questo per ragioni economico-politiche di difficoltà nell’approvvigionamento del sale”.

Dante Alighieri e il Veneto

La dove il Sile e Cagnan s’accompagna. Nel nono canto del Paradiso Dante cita Treviso e la sua atmosfera. Il poeta deve molto alla regione o, almeno a quei lembi di terra che nel Trecento erano contesi da un pugno di famiglie feroci, mentre Venezia si arricchiva con gli scambi con l’oriente, e non solo perché ha trovato rifugio alla Corte di Cangrande della Scala a Verona ma, soprattutto, è debitore di Venezia, anche se ha studiato e scartato la lingua veneziana perché un veneziano lo adorava al punto che ha fatto la sua fortuna.

Giovanni Quirini: il più grande studioso di Dante

Francesco Franchi, Dantista. “Il più grande studioso di Dante, pochissimo tempo dopo la sua morte, è stato un veneziano che si chiama Giovanni Quirini. Lo amava svisceratamente e che aveva una copia sua della Divina Commedia. Scrive a Cangrande della Scala: ‘nobilissimo signore, a te Dante ha dedicato il Paradiso, facci questa grazia di diffondere il manoscritto che egli ti ha dato, in modo che anche noi lo si possa conoscere'”.

“Da lui parte la Dantomania di Venezia. Il manoscritto italico n.1 della biblioteca universitaria di Budapest, è un manoscritto della Divina Commedia Miniatum, prodotto a Venezia, donato ad un re d’Ungheria, che ha perduto quel manoscritto in una battaglia dove lui è morto e il sultano se l’è portato a Costantinopoli, ad Istanbul. Dopo molti secoli, dovendo fare il trattato di pace con il sovrano di Ungheria e Austria, che allora erano gli Asburgo, il sultano dona questo manoscritto alla Biblioteca Nazionale Ungherese e quindi viene questo giro meraviglioso, attraverso tutto il mondo, di un codice che è stato scritto nella terra veneta”.

Il discendente di Dante Alighieri

Non ci resta che andare a cercare l’ultimo discendente del sommo poeta ossia il Conte Pieralvise Serego Alighieri, ventunesimo discendente per la precisione, che si guarda bene dallo scrivere versi visto che ha raggiunto ottimi risultati con la sua azienda agricola nel veronese. Siamo andati a scoprire se li somiglia. “Posso dirle che sono probabilmente il primo della famiglia a non somigliare a mio padre. Tra l’altro si chiamava Dante e aveva pure un naso aquilino. Spesso, quando si presentava, chi lo incontrava rimaneva sorpreso perché un Dante che assomigliava a Dante era una cosa curiosa”.

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