La Voce della Città Metropolitana

Come la pandemia ha cambiato i nostri giovani: parla Oscar Miotti

Il Veneto sta procedendo verso la zona bianca, ma dopo mesi di isolamento si contano le macerie nel complesso terreno dell'equilibrio psicologico e c'è il rischio della corsa all'abbuffata dopo il periodo di dieta soprattutto per i ragazzi. Parliamo di loro e di come hanno vissuto questi 14 mesi con lo psicoterapeuta Oscar Miotti

A causa della pandemia, il tema del cambiamento della vita mentale è diventato ancora più attuale. Oscar Miotti illustrerà ciò che i giovani hanno vissuto su un piano psicologico.

Inizialmente, i giovani, come hanno vissuto la Pandemia?

I ragazzi si sono adattati abbastanza facilmente. Loro sono molto social. Forse sono gli adulti ad aver fatto più difficoltà. i giovani hanno trovato nella tecnologia una soluzione. Nel tempo, però, la situazione è cambiata. Durante l’estate sono tornati come prima, frequentando locali, stando vicini, eccetera. Per alcuni, infatti, la mancanza di contatto si faceva sentire già durante la prima fase.

Perché c’è stato un aumento delle risse, della violenza?

In tutte le situazione di repressione bisogna poi sfogarsi. Nei ragazzi c’è stato un aumento dell’aggressività, nelle ragazze dei disturbi d’ansia e alimentari.

Che tipo di osservatorio gestisce a Cittadella?

È un osservatorio sull’età evolutiva. Ho un esperienza ventennale con i ragazzi e noi li vediamo, adesso, in profonda crisi.

Quando finisce l’età evolutiva?

Dovrebbe finire a 18 anni, ma ci sono alcune vie di mezzo. Talvolta vediamo giovani anche di 22 anni in cui cominciano a essere adulti.

Poi è cominciata la seconda, terribile, ondata, cos’è accaduto ai ragazzi?

I ragazzi sono stati illusi, l’estate ha fatto loro credere che si sarebbe tornati presto alla normalità. Ad alimentare le speranze c’è stata la garanzia di una continuità scolastica che non è stata attuata. I giovani sono tornati a stare isolati.

Hanno perso la loro dimensione corporea, sono diventati insicuri: il corpo non è più percepita come una parte di sé. Lo stare in tuta, talvolta senza lavarsi e chiusi tutto il giorno in camera ha contribuito a questo fenomeno. A un certo punto anche la famiglia diventava un’estranea. Loro hanno bisogno di emanciparsi dagli adulti e la propria camera diventava la soluzione più ovvia.

Cosa succedeva nelle stanze quando si isolavano?

Si coinvolgevano nelle chiamate, nei social, diventavano dipendenti dai videogiochi. In altre parole, si isolavano. I genitori avrebbero dovuto riportarli alla realtà in certe occasioni. Spesso, quindi, obbligare un ragazzino a tornare in famiglia, dava sfogo a problematiche familiari, oltre che a risultare controproducente.

Com’è in questo momento la situazione mentale dei ragazzi?

C’è un aumento di atti autolesivi, di assunzioni di farmaci e di richieste di farmaci, di suicidi e tentati suicidi. Ciò ci dice nuovamente che i giovani non hanno percezione del corpo, diventa qualcosa di cui liberarsi. È un atteggiamento fuori da ogni logica.

Tutti i suicidi sono catalogabili in questa analisi?

Sì, molti ragazzi hanno un certo mal di vivere.

Cosa possiamo dire ai ragazzi per farli uscire da questa situazione?

Innanzitutto cogliere i segnali. Alcuni ragazzi non dormono bene, altri si isolano, altri ancora diventano aggressivi, altri, infine, non mangiano. Bisogna prima cominciare a parlare, poi, se il caso lo richiede, ricorrere a professionisti e specialisti.

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