La Voce della Città Metropolitana

Banca degli Occhi: 6 trapianti su 10 in Italia partono a Mestre

Negli ospedali i medici stanno riprendendosi i reparti e tornando a curare e a prevenire. C'è un settore in particolare che durante l'emergenza della pandemia non si è fermato e anzi ha arricchito la ricerca ed è la Banca degli Occhi di Mestre, da cui dipende il 60% dei trapianti di cornee di tutto il paese. Ne parliamo con il direttore Diego Ponzin

Siamo in collegamento con Diego Ponzin. Lo abbiamo conosciuto in veste di scrittori di thriller, ma oggi è con noi in qualità di direttore della Banca degli Occhi di Mestre, un’organizzazione unica nel suo genere in Italia. Su 10 trapianti di cornea effettuati sul territorio nazionale, 6 sono legati alla Banca degli Occhi.

Come riesce la Banca degli Occhi a garantire tutti questi trapianti?

“Ad oggi stiamo ancora raccogliendo quanto ha seminato il prof. Giovanni Rama, un chirurgo di fondamentale importanza che ha lavorato a Mestre per oltre 30 anni. Si è sempre fatto promotore di un messaggio forte: quello della donazione delle cornee. Il Veneto ha sviluppato una forte sensibilità in questo campo.

A questo terreno fertile si è aggiunta un’ottima organizzazione ospedaliera. Il risultato è quello che vediamo oggi. Esiste una rete regionale per i trapianti che intercetta la volontà delle famiglie e che rende possibile la donazione” ha detto Diego Ponzin.

Ciò significa che nel Veneto si dona di più rispetto ad altre parti d’Italia?

“Significa innanzitutto che il Veneto non ha tempi di attesa per il trapianto della cornea al di là di quelli meramente logistici. Fin dai tempi del prof. Rama abbiamo per tale ragione pazienti che arrivano da tutta Italia.”

Alla Banca degli Occhi avete contatti anche oltre frontiera, addirittura oltre oceano?

“Con l’avvento della pandemia molti sistemi di trapianto sono andati in crisi all’estero, anche in paesi avanzati come il Regno Unito. Riceviamo richieste di tessuti oculari da molti paesi europei e talvolta extraeuropei. Nello scorso hanno abbiamo spedito quasi 700 tessuti all’estero. Ciò testimonia anche la buona reputazione della struttura a livello internazionale. Grazie alle donazioni del Veneto possiamo aiutare e raggiungere molti pazienti oltre confine” ha detto Diego Ponzin.

Facciamo il punto: cos’è accaduto alla Banca degli Occhi nei due anni del COVID-19?

“C’è stata una fase critica iniziale, durata circa 4 mesi nel 2020, durante la quale sono calati di molto i trapianti di cornea e le donazioni. Fortunatamente, abbiamo imparato a selezionare bene i donatori anche al fine di escludere la possibilità, per quanto remota, di trasmettere il coronavirus.

Tutti i donatori continuano ad essere sottoposti a tampone molecolare. Finita la fase critica, il livello di donazioni è gradualmente tornato ad essere quello di sempre. La scelta di non spegnere l’attività di donazione ci ha ripagati, congiuntamente alla ripresa tempestiva dei trapianti. L’attività di ricerca non si è mai fermata. Ora l’attività della Banca degli Occhi è paragonabile ai livelli pre-covid” ha detto Diego Ponzin.

Ci sono stati pazienti che hanno dovuto rinunciare al trapianto?

“No, siamo riusciti a recuperare tutti i trapianti posticipati a causa dell’emergenza sanitaria. Perciò mi sento di dire che, a parte gli evidenti disagi, la pandemia non ci ha fermati o danneggiati.”

Lei diceva, a telecamere spente, che alla Banca degli Occhi avete fatto esperienza. In che senso?

“La malattia da Coronavirus è abbastanza stramba, con cui abbiamo imparato a conoscere e a gestire. Si presenta con un ampio spettro di possibilità. Un terzo delle persone che lo hanno contratto, non hanno mai sviluppato sintomi, oppure ci sono coloro che sviluppano la polmonite e anche problemi seri.

Oppure ci sono altri pazienti che hanno sviluppato problemi agli altri organi, perché in certe condizioni il virus può andare anche negli altri organi del corpo. In tutto questo l’occhio veniva guardato con cautela, perché anche sulla sua superficie ci sono le molecole su cui il virus si poteva attecchire. Però, dopo due anni di esperienza si può dire che occasionalmente il Coronavirus prende di mira l’occhio” ha detto Diego Ponzin.

Cosa accade quando prende di mira l’occhio?

“Nella maggior parte dei casi, il paziente ha solamente la congiuntivite e sintomi aspecifici, un po’ di fotofobia, bruciore o rossore oculare, che regrediscono abbastanza velocemente.”

Dicono che il COVID-19 ha un effetto più devastante sugli altri organi.

“L’occhio non può essere considerato come organo bersaglio del Coronavirus. Occasionalmente, sono state riportate delle complicazione, a livello della retina.  Si tratta di numeri estremamente bassi a livello mondiale. ”

Questo ci rincuora. La ricerca ha avuto un impulso particolare in questi mesi, proprio perché doveva convivere con il Coronavirus?

“Non solo la ricerca non si è mai fermata, ma ha dovuto darsi da fare, perché ha svolto molti studi per capire se e come il virus poteva essere presente nella cornea. Era un dato importante sia per riassicurare i pazienti del nostro ambulatorio, che per coloro che dovevano ricevere un trapianto di cornea.

Abbiamo lavorato molto e siamo riusciti a reperire i dati riguardo a questo, che sono stati pubblicati in riviste internazionali. Questi hanno solamente confermato che il virus non attacca l’occhio e la cornea.  Inoltre, la ricerca non si è mai fermata, soprattutto per i progetti che sono in corso.

Abbiamo due progetti molto importanti e impegnativi. Il primo serve per migliorare l’attività di impianto di cornea, stiamo cercando di operare i pazienti attraverso solo le cellule per una determinata categoria di pazienti. Questo darà un vantaggio potenziale, che speriamo che diventi reale” ha detto Diego Ponzin.

Alla Banca degli Occhi sareste i primi a realizzare questo oppure ci sono altri laboratori di ricerca che se ne stanno occupando?

“Non so se saremo i primi, ma so che molti laboratori stanno tentando questa strada. Sicuramente, in Italia sarà una novità.”

In Italia si sta ancora tentando, ma nessun ci è riuscito finora.

“Nessuno.”

I vantaggi mi sembrano evidenti: invece di trapiantare un tessuto e mettere una cellula, il tutto risulterebbe come un intervento microscopico. Quindi, non si vedrebbero i segni dell’operazione.

“Esattamente, perché questo sarebbe uno dei nostri obiettivi. Ma c’è anche un tema legato al fatto che i trapianti diventerebbero più standardizzati, più sicuri, con risultati a lungo termine più prevedibili.”

Invece, l’altro filone?

“Riguarderebbe la malattia della retina. Siamo impegnati in un progetto, di cui ci auspichiamo di lavorare al più presto con qualche paziente, affetto da degenerazione maculare senile, malattia epidemiologicamente molto grave.”

La società invecchia e perciò si presenta molto di più.

“L’età anagrafica della popolazione è in aumento e questa tipologia di problemi compare sempre di più. Quindi, stiamo lavorando in un campo che spero dia soddisfazione” ha detto Diego Ponzin.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Back to top button