È un dilemma che ciclicamente si ripresenta, l’arte può cambiare il mondo, può portare la pace e combattere le atrocità? Una risposta fortemente assertiva viene da Artivism, la mostra promossa dall’Istituto per la Pace e la Riconciliazione di Auschwitz e ospitata a Palazzo Dandolo a Venezia fino al 24 novembre.

Gli artisti

Tutti i 6 artisti, presenti singolarmente o come collettivi denunciano genocidi, stragi, sopraffazioni. Come l’iracheno Rebin Chalak che ha creato un installazione di maschere, sono i volti delle donne degli Yazidi costrette per non essere uccise a convertirsi all’islam e a sposare dei terroristi dell’Isis.

C’è poi un gruppo di donne sudafricane che usano il ricamo per tenere viva una comunità e per raccontare l’apartheid. Sono lavori coloratissimi e solo apparentemente gioiosi
C’è anche un collettivo argentino, il Gruppo de Arte Callejero che ha disseminato Buenos Aires di cartelli stradali per segnalare i responsabili impuniti di 30mila desaparecidos.
Oleh-oleh di Elisabeth Ida Mulyani (indonesiana che vive in Belgio) è un’installazione scultorea che commemora gli attivisti rapiti negli anni 90 per aver parlato contro il regime dittatoriale in Indonesia.

Le opere di Artivism

E ancora ci sono opere di artisti canadesi che denunciano l’allontanamento di bambini indigeni dalle famiglie naturali, costringendoli così a rinnegare cultura, lingua, abbigliamento, tradizioni.

La violenza ha mille facce e non ha mai fine. Con le sue tazzine di porcellana Aida Šehović vuole ricordare gli oltre 8.000 musulmani bosniaci uccisi a Srebrenica nel 1995. Si tratta di un monumento nomade itinerante che si sposta ogni anno in una città diversa, le tazzine vengono riempite di caffè una per ogni vittima.

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