La Voce della Città Metropolitana

Andrea Vavolo: la CGIA di Mestre su occupazione e disoccupazione

Ripartenza e lavoro: 120 mila le assunzioni previste in Veneto nei prossimi mesi. Preoccupa il tasso di abbandono scolastico

In questa nuova puntata di La Voce della Città Metropolitana ospite Andrea Vavolo, della CGIA di Mestre. Oggi parleremo di occupazione e disoccupazione. Il dato davvero sconcertante e incoraggiante è quello sulle assunzioni nei prossimi mesi.

Si prevedono quante assunzioni?

“A livello Italia le aziende andranno alla ricerca di più di un 1 milione di nuovi assunti, mentre a livello Veneto saranno circa 120 mila.”

Con la pandemia si sono persi un milione di posti di lavoro, ora è il momento di recuperarli. Bisognerà ovviamente vedere quali tipi di lavoro.

“Diciamo che questa è la buona notizia. La problematica principale è la mancanza di corrispondenza tra ciò che si cerca e ciò che viene offerto dal mercato. Andando a guardare i dati si scopre che circa il 30% di questi posti di lavoro sono destinati a rimanere vacanti perché manca la professionalità in grado di ricoprirli.”

L’abbandono scolastico anche in Veneto è molto forte, per mancanza di prospettive.

“A livello Veneto siamo intorno ai 35 mila giovani, ovvero un tasso del 13%.”

Chi sono questi ragazzi che abbandonano gli studi dopo l’obbligo?

“La maggior parte proviene purtroppo da famiglie con redditi bassi, situazioni sociali di disagio e molto probabilmente non hanno trovato il supporto necessario all’interno dell’ambiente scuola. È una problematica trasversale, ma noi abbiamo comunque un dato inferiore rispetto agli altri Paesi. Nell’area euro siamo a circa il 10,2% di media” ha detto Andrea Vavolo della CGIA di Mestre.

A livello europeo l’Italia è la seconda forza economica, al dì sopra della Francia, e tuttavia abbiamo ancora situazioni di questo genere. Come mai?

“Sì, la Francia attualmente ha un 8% di abbandono scolastico. Negli ultimi 10 anni, è diminuito sensibilmente, passando da un 18% ad un 13%. Probabilmente si sta andando nella direzione giusta, anche se non tutti i problemi sono risolti, ovviamente.”

Bisognerebbe forse che i Comuni o il welfare fossero più presenti in queste famiglie in difficoltà.

“Certamente. Su questo argomento sono stati fatti diversi studi, purtroppo non c’è una ricetta unica che funzioni. Gli elementi che i comuni danno è che si tratti di un problema grave, ed è necessario che intervenga la società civile e le istituzioni. Sotto quest’ultimo punto di vista una risorsa preziosa sono gli Istituti Tecnici Superiori. I dati statistici mostrano che il tasso di disoccupazione è inversamente proporzionale al titolo di studio, ovvero meno titoli ho, più è probabile che io rimanga disoccupato.”

“È anche vero che però come titolo di studio in grado di garantirmi un lavoro non c’è solo l’università, ma anche altri strumenti, come appunto gli Istituti Tecnici Superiori, un percorso che dura circa due o tre anni dopo il diploma e che dà tassi di occupabilità dell’80%.”

Un’altra questione è questa: quelle famiglie che ritirano i figli da scuola lo sanno che esistono questi istituti, e nel momento in cui non lo iscrivono, significa che ci sono problemi a mantenerlo o a livello educativo.

“Diciamo che molto probabilmente i problemi sono a più livelli. Può essere un problema di orientamento dei ragazzi, e la difficoltà di concretizzare un’idea occupazionale per il futuro” ha detto Andrea Vavolo della CGIA di Mestre.

Quindi, più che reddito di cittadinanza, bisognerebbe intervenire nel momento in cui il ragazzo si deve educare.

“I fondi del piano Ripresa e Resilienza vengono investiti nel settore studio a 360 gradi. Sostegno delle famiglie, borse di studio, infrastrutture, ma anche orientamento e un nuovo approccio per gli insegnanti verso il digitale.”

È un problema sostanzialmente culturale. Tanti ragazzi si iscrivono nei licei, pensando che l’istituto tecnico li condanni poi ad un lavoro manuale.

Il tecnico del futuro invece si troverà a lavorare con apparecchiature all’avanguardia.

“Molte volte i dipendenti delle aziende artigiane vanno a lavorare con macchine che non hanno niente a che vedere con la vecchia officina di un tempo. Viene sicuramente richiesta una professionalità diversa, flessibilità e capacità di rinnovarsi.  Ciò che risulta evidente è che qui siamo coinvolti tutti: insegnanti, famiglie, ragazzi. E chi ha la responsabilità politica deve valorizzare quelle che sono le esperienze migliori in campo.”

“Una cosa importante da ricordare è che l’educazione dei ragazzi rappresenta un fattore molto significativo a livello di crescita economica sul lungo termine. È importante soprattutto nel nostro Paese, perché noi abbiamo il tasso di dipendenza strutturale, ovvero il rapporto tra i giovanissimi e gli anziani sulla popolazione in grado di lavorare, che in 17 anni è aumentato di 7 punti. Ciò significa che più avanti andiamo e più ci saranno persone che andranno mantenute, soprattutto perché la popolazione è più anziana. È fondamentale quindi mettere in campo una conoscenza superiore questo peso economico.”

Lanciamo un appello affinché si faccia una campagna in cui si spiega che non esiste più il lavoro manuale in Italia.

“Ogni lavoro è un lavoro degno nel momento in cui viene fatto con passione, impegno e professionalità”, ha concluso Andrea Vavolo della CGIA di Mestre.

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