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Come funziona un carcere? Parla il Dott. Francesco Massimo

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Il Dott. Francesco Massimo, direttore del Carcere di Treviso, ci spiega alcuni aspetti della vita in carcere.


In questa puntata di ADR abbiamo come ospite il Dott. Francesco Massimo, direttore del Carcere di Treviso, che ci illustra il funzionamento delle strutture carcerarie. La vita in carcere degli operatori penitenziari è difficile perché è una vita chiusa anche per loro. L’immagine della Polizia Penitenziaria negli ultimi anni si è allargata anche all’esterno a causa di nuovi compiti, ma gli organici sono rimasti gli stessi. Per ovviare alla carenza di personale si potrebbe, spiega il Dott. Massimo, cercare di evitare gli spostamenti dei detenuti e utilizzare di più le videoconferenze. Il detenuto può rifiutarsi di spostarsi ed essere interrogato in videoconferenza quando non è teste e già la legge lo prevede in alcuni casi. Le videoconferenze vengono oggi utilizzate per i detenuti ad alta pericolosità e il cui trasporto sarebbe eccessivamente costoso, ma bisognerebbe applicare di più questo sistema e innovare il sistema penitenziario. Ma quanto costa un detenuto al giorno? Il Dott. Massimo spiega che in media il costo giornaliero si aggira intorno ai 120 Euro. Recentemente una riforma ha concesso ai detenuti il lavoro volontario, cosa che è spendibile anche all’interno della struttura carceraria e permette di risparmiare i costi: ad esempio un detenuto che porta fuori l’immondizia lo fa volontariamente e ne ha un riscontro positivo in termini di pena. Di valutare il comportamento del detenuto per attribuirgli alcuni benefici si occupa un’equipe che valuta la gravità del reato commesso e il comportamento del soggetto in carcere: se esiste la possibilità di recidiva non potrà beneficiare di alcune opportunità. Al detenuto italiano ultimamente sono stati riconosciuti maggiori diritti, come quelli sanciti dalla Sentenza Torreggiani che mira a garantire la dignità del soggetto anche si si trova in carcere. Il carcere non deve essere un luogo di tortura, ma deve punire chi ha sbagliato con l’obiettivo di riabilitarlo e rieducarlo. Qualsiasi legge presenta un aspetto positivo e quello negativo e bisogna senz’altro valutare quali sono in maggioranza, perciò non ha senso fare uno scandalo per un solo detenuto che non rientra dal permesso premio, visti i benefici di questa concessione. Il trattamento e la rieducazione devono essere personalizzati: ogni detenuto ha un programma stilato in base al tipo di reato commesso, al comportamento tenuto e alla volontà del soggetto, ma la finalità ultima è sempre la riabilitazione. Il Carcere di Treviso non tratta detenuti di alta pericolosità, ma le recidive comunque ci sono. La società deve comprendere che all’interno delle carceri si lavora per il reinserimento del soggetto nella società e se il programma va a buon fine quell’individuo sarà un costo in meno per la collettività perché non rientrerà più nel carcere. Si dovrebbe fare prevenzione e investire anche nelle attività delle carceri. Una difficoltà all’interno delle strutture è la mancanza della presenza di un mediatore culturale tra il personale carcerario, cosa che rende difficile il processo di rieducazione per persone di etnie diverse. Nella casa circondariale di Treviso ci sono due settori: il Giudiziario, in cui si trovano le persone in attesa di giudizio o chi deve scontare pene fino a 3 anni, e il Penale, in cui risiedono i detenuti con pena definitiva, e la percentuale di stranieri in media si aggira intorno al 50%. I detenuti più difficili, secondo il Dott. Massimo, sono quelli con problemi di carattere psichiatrico. Il Carcere di Treviso, spiega il suo direttore, è riuscito a non far mai parlare di sé in modo negativo, grazie non solo alla direzione, ma anche e soprattutto al personale penitenziario, che, pur non avendo commesso nulla, vive in carcere.

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