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Alwaleed bin Talal, l’alleato delle donne arabe al volante

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L'Arabia Saudita dice sì alle donne al volante, prima però si devono allestire dei corsi e modificare alcune leggi.

Il miliardario Alwaleed bin Talal potrebbe essere fra gli ispiratori della “rivoluzionaria” decisione di permettere la guida alle donne dell’Arabia Saudita. 

Un giorno saranno in due a contendersi il merito di aver fatto fare un primo passo nella modernità all’Arabia Saudita: il principe Mohammed bin Salman, potentissimo erede al trono, e il miliardario filantropo Alwaleed bin Talal, qui il suo sito, per conoscerlo meglio. Il primo ha spinto il re Salman a firmare il decreto che autorizza le donne a guidare, il secondo è stato quello che ha messo il regno wahabita di fronte a una realtà: tenere le signore lontane dal volante è innanzitutto un danno per l’economia.

Si ipotizza, infatti, che a ispirare il principe Mohamed, responsabile del progetto modernizzatore “Vision 2030”, possa essere stato anche questo tweet, del 29 novembre 2016, in cui bin Talal dice: «Basta discuterne, è arrivato il momento per le donne di guidare». Una singolare uscita pubblica che non stupisce tanto: il miliardario è un noto filantropo, da anni schierato per l’emancipazione femminile nella società.

Alwaleed (foto a cavallo), uno dei molti nipoti di Ibn Saud fondatore del Regno, presiede la Kingdom Holding Co, una società quotata in Borsa nel 2013 per 18 miliardi di dollari, con investimenti in diversi settori, dalla tecnologia all’immobiliare, fino al petrolchimico (qui è pensieroso).

A beneficiare di alcuni dei suoi milioni di dollari sono state non solo le vittime dello tsunami del 2014 nel sud-est asiatico e la causa palestinese, ma anche, per esempio, Hanadi Zakaria al-Hindi, divenuta nel 2014, grazie al suo sostegno economico, il primo pilota donna su aerei di linea in Arabia Saudita.

A favore della revoca del divieto di guida per le donne, il miliardario ha indicato esplicitamente motivazioni economiche, sottolineando lo spreco di tempo, denaro e forza lavoro che questo comporta per il Paese: in questo scritto, sul suo sito web, sottolinea come impedire alle donne di guidare sia una questione di diritti simile a quella che fino a 50 anni fa impediva loro di accedere all’istruzione o avere un’identità indipendente.  

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